di VITTORIO ROIDI

Tutti sono liberi di diffondere informazioni. Ma in momenti come questi è evidente che tutti hanno anche il dovere di riflettere: le parole vanno misurate attentamente. Pur con le migliori intenzioni si possono fare danni enormi.

La notizia dei cinesi portati all’ospedale Spallanzani di Roma è stata titolata dai quotidiani in vario modo, la mattina del 31 gennaio: La Repubblica: Virus, colpita l’Italia; Corriere della Sera: Virus, primi due casi accertati in Italia; Il Tempo: Il contagio è arrivato a Roma; il Messaggero: Virus, due casi a Roma, bloccati i voli con la Cina; la Stampa: Coronavirus, ricoverati a Roma due cinesi, è allarme; il Mattino: Il coronavirus sbarca in Italia; il Gazzettino: due casi anche in Italia; il Resto del Carlino: Il morbo è a Roma; Libero: L’epidemia è già in Italia; il Giornale: Coronavirus: primi due casi in Italia; l’Avvenire: Virus paralizzante; l’Unione sarda: Coronavirus, due casi in Italia. E’ emergenza.

Commenti e cautele

Qualche titolo era a tutta pagina, altri meno vistosi. In alcuni casi la preoccupazione è apparsa evidente, in altri la cautela ha lasciato spazio al desiderio di attirare il lettore. Due dei commenti: “Siamo tutti un  po’ cinesi” il titolo di quello firmato da Vittorio Feltri su Libero; “La misura della paura” quello dell’articolo di Sergio Harari sul Corriere della Sera. Ciascuno farà la propria valutazione, ma le differenze fra un giornale e l’altro sono significative. Chi ha fatto due pagine, chi tre, chi quattro. Naturale, ma  il lettore può essere impressionato anche dalla quantità dei pezzi oltre che dalla qualità.

Radio e televisione la sera del 30 gennaio hanno dato la notizia dei due ammalati subito dopo l’annuncio del presidente del Consiglio Conte. Termini asciutti, qualche esperto che spiegava. Purtroppo il cinismo di alcuni attacchi lanciati nelle ore successive contro il Governo – che sarebbe stato incapace di fermare il virus – dei quali pure era necessario dare conto, ha surriscaldato i notiziari. Difficile per lo spettatore separare il senso della notizia da quello della polemica.

Maggiori pericoli si corrono nelle reti televisive, nei programmi tra l’altro affidati a non giornalisti. Qui l’uso delle parole è apparso meno cauto. E anche quello delle immagini. Il linguaggio, i toni retorici o troppo accesi, le domande inutili. Si potrebbero fare molti esempi. Colpiva la frequenza con cui si tornava ogni tanto sul tema, pur in assenza di notizie nuove. Far vedere non una ma due, dieci volte l’ambulanza, ripresa con un telefonino, con i due presunti ammalati in una via di Roma, provoca ansia.

Sempre la stessa nave

Se c’è una nave ferma a Civitavecchia con 7000 persone a bordo è giusto fare un collegamento, ma a cosa serve ripeterlo dopo pochi minuti se niente è successo? L’attesa viene ingigantita. Il teleobiettivo ingrandisce il transatlantico fermo nella rada, si vedono le luci a bordo, il cronista ripete che non si sa se i passeggeri potranno scendere. Una, due, tre volte. Se insisti crei agitazione.

Esaminiamo l’utilizzazione di alcuni termini:

Il Governo ha dichiarato lo stato di emergenza. Esatto, ma più rassicurante se viene aggiunto che si tratta di una formula e un atto, burocratici, indispensabili per adottare misure speciali e poterle finanziare. Forse è anche meglio se si ricorda che la stessa cosa avvenne nel 2003 in occasione della diffusione della Sars.

Giusto dire: “Occorre non creare allarme”. Ma se lo fai più volte sei tu a crearlo!

Le mascherine messe davanti alla bocca: in Italia pochi le stanno usando. Se trasmetti le immagini di quelli che l’hanno comprata (magari a Pechino o negli aeroporti) è possibile che molti corrano nelle farmacie.

E così panico, psicosi, che per fortuna finora non si sono registrati, sono parole che è meglio non adoperare proprio. Altrimenti si fa intravedere ciò che per fortuna non c’è.

Dei cosiddetti “social” meglio non dire nulla. L’arrivo del Coronavirus dimostra che la mediazione giornalistica è indispensabile, che di fronte a un problema così delicato e a un fenomeno che si può aggravare contano la responsabilità, l’esperienza, la capacità e la coscienza dei giornalisti. Insomma serve professionalità, il dilettantismo va evitato.

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