di ALBERTO FERRIGOLO

Un settore flagellato. Dalla crisi, dalle ristrutturazioni, dall’aggressività degli editori e dalla totale deregulation, con un contratto ormai da tempo scaduto.

Non è andata deserta, questa volta, la Conferenza nazionale dei Cdr che si è riunita giovedì 9 gennaio alla Fnsi. Oltre un centinaio i partecipanti, delegati dei diversi Comitati di redazione di realtà aziendali e redazionali grandi e piccole. Hanno raccontato le proprie esperienze, tra difficoltà sempre più gravi e qualche leggero risultato, attraverso un unico fil rouge: “I giornalisti sono per gli editori un costo del lavoro il più possibile da abbattere”.

Aumentano i carichi di lavoro, diminuiscono le garanzie, cresce la ricattabilità, la diversificazione contrattuale “con posizioni molto differenti” all’interno delle redazioni, anche per identiche mansioni. Con il preciso intento “di mettere gli uni contro gli altri”.

dieci anni di solidarieta’

I casi raccontati sono molteplici.

Alle edizioni San Paolo nel 2002 erano 62 i redattori impiegati, oggi sono 26 con un taglio dello stipendio pari al 30%.

“Le aziende non applicano più il contratto, ma lo boicottano”, denuncia il Cdr de La7.

I giornalisti dell’economico Italia Oggi sono rimasti in 21 e stanno compiendo il decimo anno “in solidarietà”.

Capita poi che i corrispondenti dei piccoli giornali, che sono dei collaboratori, siano pagati a pezzo o anche “per un certo numero di pezzi, ma se non raggiungono il tetto stabilito nel contratto l’editore chiede loro di restituire i soldi”, viene denunciato. E molto spesso “i collaboratori sono un quarto dell’intero corpo redazionale”.

Videonews, testata Mediaset, a un gruppo di 120 collaboratori giornalisti è stato proposto “un contratto da Autore”.

Quindi ci sono “intere redazioni fatte di precari che lavorano a tempo pieno”, ma anche “prepensionati che lavorano al desk” o “che fanno gli inviati, togliendo così spazio alla possibilità di ricambio” e dell’ingresso in redazione dei giovani.

La casistica è ampia. E fantasiosa.

Ci sono le pagine preconfezionate e i service esterni, ci sono anche i “non giornalisti” pronti a rimpiazzare i giornalisti che vanno in pensione secondo le nuove possibilità stabilite dal governo giallorosso.

Poi ci sono i giornali cooperativi, come il manifesto o la stessa Italia Oggi, costrette a fare ancora i conti con le disposizioni del sottosegretario all’editoria del governo M5S-Lega, che ha tagliato e bloccato i finanziamenti ai giornali e che per il momento l’attuale governo ha sospeso. Ma la spada di Damocle pende, minacciosa.

vigilanza rai di traverso

Dove invece potrebbero arrivare assunzioni, sorgono altri problemi. La Commissione parlamentare di Vigilanza Rai si è messa di traverso, “intromettendosi” nell’accordo firmato tra Usigrai e Fnsi con Viale Mazzini medesimo per stabilizzare 250 persone e realizzare così nuovi contratti giornalistici a cui aggiungerne altri 90 attraverso una selezione pubblica, per un totale di 340 posizoni. “Inaccettabile ingerenza”, l’ha qualificata la conferenza dei Comitati di redazioni riuniti giovedì.  

Un bagno di realismo lo fornisce Marina Macelloni, presidente dell’Inpgi, l’Istituto di previdenza della categoria, in difficoltà nel sostenere una categoria che non restituisce più il gettito contributivo necessario a pagare le pensioni e gli ammortizzatori sociali. Dal 2009 sono stati 1.121 i casi di prepensionamento per una retribuzione media di 95 mila euro e sostituiti con un’assunzione ogni 3 uscite. Cosicché l’Inpgi accusa un mancato introito in contributi pari a 167 milioni, ciò che richiede un allargamento della platea del lavoro e dei lavoratori, in modo che “si riconosca che questo settore è cambiato”. Tra il 2014 e il 2019 la Cassa integrazione è stata pari a 20 milioni di euro, “ma il costo reale è di 46”, mentre nel 2020 sono previsti altri 120 pensionamenti. Un salasso. Tanto che i Cdr si sono impegnati insieme alla Federazione della Stampa “a sottoscrivere accordi che prevedano prepensionamenti solo se le assunzioni previste per legge siano assunzioni di giornalisti con contratto di lavoro giornalistico a tempo pieno: i colleghi in uscita non dovranno essere rimpiazzati da lavoratori non giornalisti”, come invece potrebbe succedere in base alla normativa approvata dal governo giallorosso.

I Comitati di redazione, infine, «verificheranno con attenzione e rigore che le richieste di stati di crisi siano supportate da congrui dati di bilancio e che non si torni al meccanismo della lista di attesa che ha provocato in passato la corsa ai prepensionamenti» e chiedono alla segreteria e alla Giunta Fnsi, conclude il documento, «di mettere in campo tutte le azioni di mobilitazione e di lotta, fino alla convocazione dello sciopero generale, per sostenere l’avvio dei tavoli e impedire l’ulteriore indebolimento della professione e la distruzione dell’Inpgi e degli altri enti di categoria».

(nella foto, Mauro Crippa, direttore di Videonews)