di MARCO FRONGIA

Nel momento in cui stiamo scrivendo questo articolo, l’ultimo pezzo sulla vicenda delle due sedicenni investite a Roma è del Messaggero: “Gaia e Camilla, il testimone che ha visto tutto: ero fermo al semaforo, sono volate in aria” è il titolo scelto per Facebook (sul sito diventa “Corso Francia, il testimone: ero fermo al semaforo, le ho viste volare in aria”).

Poche righe con il racconto del testimone, che nulla aggiunge alla storia. Poi, subito, un riepilogo di quello che si sa. E basta. 

È l’ultimo, tassello di una copertura mediatica, che dura da oltre una settimana e su cui abbiamo già avuto modo di riflettere.  

Ma c’è un nuovo sviluppo. E riteniamo sia il caso di parlarne. 

A partire da questo articolo del Messaggero, ha iniziato a diffondersi l’idea che le due ragazze che hanno perso la vita su corso Francia non abbiano semplicemente attraversato la strada in modo rischioso. Camilla Romagnoli e Gaia Von Freymann sarebbero state, invece, le prime vittime registrate di un “giochino”  in voga tra i loro coetanei, per usare il termine con cui lo definiscono sia il quotidiano romano che tutte le altre testate che lo citano.

Unica fonte, peraltro identificata solo dalle iniziali, sarebbe un imprenditore della Capitale, che avrebbe appreso la cosa dalle figlie. E che i partecipanti attraverserebbero di corsa la carreggiata per poi postare tutto sui social.

la sedicenne cecilia

Una traccia di tutto questo si trova anche su Repubblica del 28 dicembre. Nel suo articolo, Maria Novella De Luca intervista un’amica delle due vittime, la sedicenne Cecilia, chiedendole se questi attraversamenti così pericolosi su corso Francia siano un’abitudine. “Sì, purtroppo”, conferma la ragazzina. “L’ho fatto anche io. Prendi la rincorsa, scavalchi il guardrail e corri più veloce che puoi dall’altra parte”. Un’incoscienza nata forse “perché abbiamo sedici anni”, “o forse, lo so che è stupido, perché è divertente”.

Ma Cecilia non parla mai di un “giochino”, tantomeno di video della bravata da postare sui social per dimostrare il proprio coraggio. Anzi: quando l’intervistatrice le domanda, in modo diretto, se tutto questo venga fatto come una sfida, Cecilia risponde: “No, è una leggerezza”. 

Eppure questa intervista è stata utilizzata per confermare l’esistenza del presunto “giochino”, almeno in un primo momento. Lo si nota nelle prime versioni di molti articoli – per esempio, in questo dell’Huffington Post, ora corretta ma ancora presente nell’anteprima di Google. Chissà quanti l’hanno letta nella sua prima versione. 

Un’altra “prova” arriverebbe da questo video di Repubblica, in cui si vedono due giovani attraversare corso Francia in modo molto pericoloso. Ma anche questo non dimostra molto. 

NESSUNA indagine

In realtà nessuno di questi elementi può costituire una prova dell’esistenza di questo cosiddetto “giochino”. Che può benissimo esistere, ma è tutt’altro che dimostrato, per quanto i giornali lo diano già come una realtà assodata.

Tanto per cominciare, abbiamo la dichiarazione di una sola persona, che l’avrebbe appreso dalle figlie. Nessuno ha parlato con le due ragazze, nessuno ha provato a cercare i video sui social di cui si parla, nessuno sembra aver trovato altri indizi che possano chiarire se questo giochino esista o meno. In breve: nessuno ha svolto una qualche indagine, neanche la più superficiale. 

Il video in sé è un’altra prova molto blanda. Se non fosse stato girato su quella stessa via (a circa 200 metri dall’incidente, a giudicare da un rapido esame del filmato) non avrebbe generato un simile scalpore, come non lo generano in queste proporzioni i tanti attraversamenti avventati che ogni giorno avvengono sulle strade cittadine.

E mentre l’avvocato della famiglia di una delle vittime precisa come sia “falso che il gruppo degli amici di Camilla avesse l’abitudine di svolgere quel fantomatico gioco del semaforo rosso” – dicendosi inoltre “rattristato” per “gli interventi in libertà di persone solo incuriosite dal fatto drammatico” – non possiamo non riflettere sugli effetti di questi articoli.

Perché ce ne vengono in mente tanti di casi simili, fatti di storie inquietanti ma fantasiose, inesistenti ma al tempo stesso perfette per alimentare psicosi tra i genitori, rischi di emulazione tra i giovanissimi e (soprattutto) click per i siti che le diffondono senza verificarle. 

Ottanta minorenni

Prendiamo per esempio la Blue Whale Challenge, che si riteneva impazzasse tra i giovanissimi poco più di due anni fa. E che in realtà non sembra essere mai esistita al di fuori dei media.

Come ricostruisce, tra gli altri, la Bbc, tutto cominciò nel novembre 2015 con il suicidio di una 15enne russa, Rina Palenkova. Della sua morte si discusse molto sul social locale VKontakte, e la sua storia si arricchì ben presto di dettagli inventati di sana pianta. Divenendo, così, una sorta di leggenda urbana. Nel giro di un mese e mezzo, sempre in Russia, altre due giovanissime si tolsero la vita. Entrambe erano iscritte a VKontakte.

Nel maggio 2016, il sito Novaya Gazeta collegò tra loro circa 130 suicidi, sostenendo che 80 di questi fossero legati a una sfida chiamata “Blue Whale”. Collegamenti piuttosto forzati, basati perlopiù sul fatto che le vittime fossero tutti adolescenti e iscritti a uno stesso gruppo social, molto frequentato dai loro coetanei. Il tutto in un Paese che conta un numero altissimo di morti per suicidio tra i minorenni. 

Un po’ poco come prova. Ma non importa: un anno dopo, anche per colpa dei tabloid britannici, la presunta notizia si diffuse anche da noi. Già all’epoca ci fu chi la diede immediatamente per buona, ma vale la pensa ricordare anche le testate che si distinsero per una maggiore cautela. Resta nella memoria, purtroppo, il famigerato servizio de Le Iene corredato di immagini fasulle, trasmesso all’interno di una puntata vista da oltre un milione e mezzo di spettatori. 

In questa sede non ci interessa esaminare tutti i dettagli della Blue Whale, compresi quelli che in un primo momento sembravano confermarne l’esistenza ma che (citando ancora l’articolo della Bbc) si sono rivelate qualcosa di peggio: emulazioni, ispirate proprio dalla fama di fenomeno largamente ingigantito. 

Quello che ci interessa ora è ribadire quanto, a due anni da questa vicenda, avremmo dovuto imparare a fare meglio le verifiche, prima di affrontare argomenti così delicati.
Così come avremmo dovuto renderci conto delle conseguenze che può comportare alimentare così tanto una storia probabilmente falsa e che – per raggranellare cinicamente qualche click in più – vogliamo a tutti i costi credere che sia vera.

(nella foto, attraversamenti a corso Francia)