(V.R.) L’intervista politica? Meglio abolirla. Solo una provocazione o una proposta sulla quale potrebbero riflettere quelli che vogliono fare un giornalismo politico serio, che guardi davvero all’interesse del lettore?

Internet ha dato agli uomini politici strumenti eccezionali: twittano a tutte le ore, vanno su Instagram e su Facebook di continuo, diffondono filmati fatti in casa o preparati da stuoli di ex portaborse trasformati in videomaker e costruttori di consenso. A questo punto molte delle interviste che compaiono sui quotidiani e in tv non servono a nulla.

Una volta un direttore invitava il cronista politico a darsi da fare per ottenere una dichiarazione sensazionale, una primizia, un’informazione preziosa, insomma una notizia! Oggi il più delle volte sa che porterà a casa un commento, una comparsata, al massimo qualche promessa e qualche polemichetta. E’ cosciente che probabilmente l’interlocutore ripeterà cose già espresse sui social. Intuisce che offrirà al politico un altro piccolo palcoscenico, l’occasione per tenere una posizione, per mettere in difficoltà qualcuno, ma notizie… raro che ne scappi fuori una.

la regola di sergio Zavoli

Sergio Zavoli ha più volte spiegato che la buona intervista è quella che riesce a far dire qualcosa che la persona non voleva dire, che registra col microfono una frase inaspettata, una novità, appunto. Viceversa il più delle volte scopriamo che ci propinano frasi già viste e sentite, che comunque sono finite in pagina o in onda. Le scuole di giornalismo americane insegnano che vanno buttate nel cestino le interviste che non contengono cose nuove. Da noi i cestini restano vuoti, nessuno butta nulla.

Certo, interviste interessanti ce ne sono. Ma come si fa a non vedere che i telegiornali distillano frasi di pochi secondi che non contengono informazioni utili. Che nel notiziario vengono incollate dichiarazioni di pochi secondi – una specie di manuale Cencelli del cronista politico – che hanno il solo fine di realizzare un pluralismo di facciata. Un po’ di secondi a Tizio un po’ a Caio, un meccanismo noioso, che sembra rispondere ai doveri solo formali dell’azienda di Stato più che all’interesse del cittadino che paga il canone?

Problemi professionali ne esistono parecchi. C’è l’intervista in ginocchio, come la chiamano i critici più maligni. C’è quella in cui la vanità pone l’ego del giornalista davanti alla personalità dell’intervistato. C’è quella chiesta dall’uomo politico e c’è quella dopo la quale lo stesso politico pretende di leggere il testo che verrà diffuso, tante volte gli fosse sfuggito un aggettivo o un giudizio che col senno di poi preferisce cambiare. Alla faccia dell’autonomia e dell’indipendenza che i codici deontologici pretendono dai giornalisti.

autorizzazioni rare

Questioni vecchie eppure attuali. Solo che oggi il mondo è cambiato. La cavalleria digitale dei grandi e piccoli protagonisti del Palazzo spara a mitraglia. Non solo il Segretario nazionale o il Ministro, ma anche il singolo deputato o senatore emettono frasi e giudizi a tutto spiano, che raggiungono milioni di persone. Dunque, perché chiederne altri? La pluralità delle opinioni è garantita. Tutti parlano. Mai in passato c’è stata tanta informazione politica. Perciò un buon giornale potrebbe tornare all’antico, all’usanza in base alla quale la testata faceva sospirare lo spazio sulle proprie colonne, il direttore autorizzava di rado un’intervista e quando lo faceva era perché si aspettava risposte importanti, realmente di interesse per il cittadino. Era lui a guidare il gioco e a valutare se quel signore, eletto dal popolo, potesse trovasse posto, domattina, sulle pagine del giornale.

E allora, senza che si offendano i colleghi che fanno su e giù per il Transatlantico e inseguono per strada gli “onorevoli”, riproponiamo la domanda: lo spazio dedicato alle cosiddette interviste potrebbe diminuire, o no? In alcuni casi non sarebbe meglio utilizzarlo per pubblicare una bella inchiesta? Giornalisti che scavano, che vanno in profondità, alla scoperta di informazioni preziose. Insomma, minatori più che microfonisti. O anche questa è una provocazione?