di FABIO MORABITO

Un “appello” alle Istituzioni di sette associazioni di comunicatori, mette sale sulla piaga dei conti dell’Inpgi, l’Istituto nazionale di previdenza dei giornalisti. Allo stato attuale, l’Inpgi non reggerebbe nemmeno se fosse coinvolto un esercito di comunicatori – si legge nel documento firmato, in ordine alfabetico, da Ascai, Cida, Com&Tec, Confassociazioni, Ferpi, Iaa, Una – Si intende  privare l’Inps di 20/30.000 contribuenti per conferirli ad una cassa privata in dissesto  finanziario”. Un comunicato che già nella sua premessa va al di là delle valutazioni finanziarie dell’operazione: “Comunicazione e informazione sono due mondi paralleli ma molto diversi – si sostiene infatti – . Confonderli minerebbe le basi del nostro sistema democratico, peggio ancora se per interessi corporativi”.

Cosa dice (e non dice) la legge. La norma che intende trasferire i comunicatori dalla cassa previdenziale dell’Inps all’Inpgi è l’emendamento “Salva Inpgi” che è stato inserito in sede di conversione il 28 giugno del 2019 nel decreto legge “Crescita” n. 34 del 30 aprile (governo Conte 1, coalizione Cinque Stelle-Lega). Quindi, è già legge. Anche se con la particolarità, non da poco, che di comunicatori nel testo non si parla. Proprio così, non sono nemmeno citati.

Si parla solo di allargamento della “platea contributiva” dell’Inpgi, istituto previdenziale per ora dei soli giornalisti. E si stabilisce un importo di ristoro all’Inps per mancati contributi che supera il miiardo e mezzo di euro per gli anni che vanno dal 2023 al 2031. Uno stanziamento già approvato dal ministero dell’Economia e dalla Ragioneria dello Stato. Nel primo anno contemplato, il 2023, sarà di 159 milioni, poi ogni anno crescerà di 4 milioni. In tutto, al 2031 la somma stanziata a ristoro dell’Inps sarà di 1.575 milioni di euro. Ma questa somma a cosa corrisponderebbe? Anche se la norma non lo dice, corrisponde esattamente ai contributi dei comunicatori che sarebbero versati all’Inps in quegli anni, così come sono stati quantificati da un calcolo attuariale commissionato dall’Inps.

Le date. Il meccanismo si metterebbe in moto nel 2023. Il Cda dell’Inpgi vorrebbe anticipare i tempi, perché il patrimonio dell’Istituto si sta erodendo in fretta. Perché così tardi? La legge prevede un percorso a tappe che è cominciato adesso con un primo obbiettivo: il Cda ha dodici mesi di tempo per adottare “misure di riforma del proprio regime previdenziale volte al riequilibrio finanziario (…) che intervengano in via prioritaria sul contenimento della spesa e, in subordine, sull’incremento delle entrate contributive, finalizzate ad assicurare la sostenibilità economico-finanziaria nel medio e lungo periodo”.

L’istituto è “tenuto” ad adottare, dice il legislatore. E quindi la legge stessa ha sterilizzato la possibilità di commissariamento, che era stata rinviata fino al 31 ottobre scorso. Questa possibilità resta al momento solo teorica, ma di fatto è esclusa: se l’Inpgi venisse commissariata, mentre il suo Cda sta lavorando per individuare le “misure di riforma” richieste dallo stesso legislatore, potrebbe impugnare il provvedimento.

I dodici mesi sono cominciati dalla pubblicazione in Gazzetta ufficiale (il 20 giugno scorso) della legge. C’è poi un secondo termine, ed è a 18 mesi, sempre calcolato dall’entrata in vigore. Si parla quindi della fine del 2020. L’Inpgi dovrà trasmettere ai ministeri vigilanti un bilancio tecnico attuariale che evidenzi la sostenibilità economica-finanziaria richiesta. Intanto il governo adotterà uno o più regolamenti diretti a disciplinare “senza nuovi o maggiori oneri ovvero minori entrate per la finanza pubblica, le modalità di ampliamento della platea contributiva dell’Inpgi”.

Il bilancio. La legge parla di soluzione “eventuale”, ma di fatto sarà obbligata. Perché eventuale? Perché si lascia la porta aperta a un bilancio tecnico-attuariale che certifichi una “sostenibilità economico-finanziaria di medio e lungo periodo” che è smentita purtroppo da ogni dato di bilancio di questi anni e da ogni previsione futura.

I dati attuali di bilancio sono i peggiori della storia dell’Istituto, e sono dovuti essenzialmente dalla crescita degli iscritti pensionati e dalla flessione negli anni dei colleghi attivi, con pensione alte rispetto a stipendi (e di conseguenza contributi) mediamente molto più bassi che in passato. Solo nei primi sei mesi del 2019 si sono persi altri quattrocento posti di lavoro. il rapporto è ormai di tre attivi ogni due pensionati.

Il bilancio è stato votato nell’ultimo Consiglio generale dell’Inpgi (al quale chi scrive ha partecipato come Consigliere generale), il 29 ottobre scorso. Il 2019 si chiuderà con un passivo di 169 milioni di euro nella gestione previdenziale, con una escalation drammatica del segno negativo (era -147 nel 2018, si prevede che sarà un -189 nel 2020). Si parla di gestione principale, perché la gestione separata (Inpgi 2) ha i conti in ordine, ma anche prestazioni minime.

Un iter avviato. In occasione del Consiglio generale la Presidente dell’Inpgi, Marina Macelloni, ha fatto anche il punto sull’allargamento della platea dell’Istituto, rispondendo alle domande di chi chiedeva conto della contrarietà espressa da alcune sigle dei comunicatori sul trasferimento di contributi e pensioni dall’Inps all’Inpgi. “La legge approvata è un processo irriversibile”, ha puntualizzato la Presidente, che ha poi riferito di un incontro con una rappresentanza dei comunicatori, presenti anche il Presidente dell’Ordine Carlo Verna e il Presidente della Casagit Daniele Cerrato. “Non ho colto una negatività esasperata”, è la sua sintesi. Ma il Consiglio generale, in ordine di tempo, ha preceduto di qualche giorno il comunicato congiunto delle sette associazioni. E l’incontro di cui si è riferito il 29 ottobre è probabilmente datato. Le domande poste sarebbero state: quanti membri nel Cda? Avremo la possibilità di un albo dei comunicatori nell’Ordine? La possibilità dell’assistenza Casagit è stata proposta, “messa sul piatto” ha detto Marina Macelloni, da qui la presenza di Cerrato all’incontro citato.

Il dibattito sulla trasparenza dell’Istituto. Il comunicato delle sette associazioni chiede “trasparenza” sui conti dell’Inpgi, e questo potrebbe suggerire un problema perfino più grave di un forte passivo. Ma il passivo è stato determinato principalmente dal crollo del mercato, dal rinnovo contrattuale del 2009 che ha frenato gli scatti d’anzianità, dai circa millecento prepensionamenti negli ultimi dieci anni (pensioni anticipate fino a sette anni prima del previsto al posto di contributi), ai quali si può aggiungere un errore nella tempistica delle riforme che si sono susseguite. Ma i conti – pur drammatici – sono chiari.

In Consiglio generale, anche i pochissimi che hanno votato contro il bilancio (come chi scrive questa nota) non hanno neanche adombrato una mancata correttezza sui conti. Semmai si è fatta una critica sulla gestione complessiva dell’istituto e sulla trasparenza della sua attività (non del suo bilancio): il Tar del Lazio con la sentenza 11793/2019 dell’11 ottobre 2019 ha dato torto all’Istituto, accogliendo la richiesta di alcuni colleghi di poter accedere agli atti relativi all’operazione di dismissioni immobili dell’Inpgi. Atti che vanno dall’istituzione del Fondo Inpgi Giovanni Amendola all’affidamento della gestione di questo alla società esterna InvestiRE, e che comprendono le modalità delle perizie. 

Come procede la riforma dei conti. Nel documento dei comunicatori si accusa poi l’Inpgi di un ritardo nell’attività di contenimento dei costi: “Allo stato attuale nessun taglio e nessuna riforma sarebbe neppure stata ipotizzata dall’Istituto”. Il riferimento è alle misure da approvare in dodici mesi. Due sono finora le iniziative in merito prese dal Cda dell’Inpgi: la prima – che ha sollevato alcune critiche – è la sospensione dei prestiti agli iscritti. 

I prestiti sono un servizio ma producono anche un’entrata: e allora perché abolirli? Si tratta solo di un intervento sulla liquidità, che rende immediatamente disponibili i cinque milioni stanziati. La seconda misura riguarda il regime di agevolazione per le evasioni contributive. La tesi dell’Inpgi è che questo intervento eliminerà i costi del contenzioso e permetterà di fare cassa rapidamente rispetto a un monte crediti considerato sproporzionato rispetto all’attività dell’istituto.

Ma non sono state prese effettivamente misure di riduzione di costi strutturali, come la riforma statutaria (che era nel programma della Presidente Macelloni, ma non è stata affrontata) e una nuova riduzione dei compensi del Cda. 

Se ne parlerà dopo il rinnovo delle cariche. Meno che mai sono stati proposti interventi sulle prestazioni, che nonostante il recente passaggio al sistema contributivo sono ancora più favorevoli rispetto all’Inps (ad esempio nel calcolo della pensione di reversibilità). Ma si può  biasimare la riluttanza a ridimensionare i diritti degli iscritti? Fatto è che il nodo lo dovrà sciogliere probabilmente la prossima consiliatura, perché prima della scadenza di legge (fine giugno 2020) ci saranno le elezioni di rinnovo, e sembra improbabile che la riforma nel suo complesso sarà presentata prima del voto, previsto nel prossimo febbraio.

Il tavolo di confronto. Il documento dei comunicatori, al di là della durezza dei toni, sembra prestarsi a una “lettura politica”: apriamo un tavolo, confrontiamoci. Dall’Inpgi si fa notare che la legge è già in pista. Ma i comunicatori saranno obbligati a trasferirsi dall’Inps all’Inpgi? La legge non contempla un’opzione, che invece era prevista dalla legge che privatizzò l’Inpgi. Ma non facendo esplicito riferimento a nessuna categoria in particolare chi non volesse lasciare l’Inps potrebbe aprire un contenzioso. Così come è oggi la legge, i comunicatori si trasferirebbero da un’Istituto all’altro, ma senza portarsi appresso i contributi, e diventerebbero poi titolari di due pensioni, eventualmente da unificare.

Lo Statuto cambierà. Sarà inevitabile per l’Inpgi cambiare completamente lo Statuto: l’attuale platea dei comunicatori che fanno riferimento all’Inpgi 1 è di 13.900 lavoratori (altri ottomila circa finirebbero nell’Inpgi 2), che sono pochi di meno dei giornalisti attivi. Con la particolarità che i comunicatori sono in aumento, e i giornalisti in diminuzione. Il Cda ora viene votato per cinque sesti da lavoratori attivi, e con le regole attuali è chi paga i contributi ad avere la maggiore rappresentanza. Mantenendo questa proporzione, è prevedibile che i comunicatori possano diventare in pochi anni maggioranza tra gli iscritti attivi, e quindi rivendicare che anche la Presidenza dell’Istituto possa essere affidata a un loro rappresentante.

Chi crede nell’autonomia dell’Inpgi (che dovrebbe anche cambiare nome) come in una garanzia dell’autonomia della professione resterà probabilmente deluso da questo scenario, che poi è possibile, non già stabilito, e che può essere governato. Ma la nostra autonomia passa prima – e ovviamente non solo – dalla garanzia della pensione, qualunque sia l’ente erogante.  

(nella foto, un’assemblea Ferpi)