di VITTORIO ROIDI

Ci sono i cronisti di “nera”, quelli sportivi, quelli politici, ma per questi ultimi la crisi di governo ha dimostrato che la definizione ormai non va bene. Perché, di cronaca, i colleghi ne hanno fatta ben poca.
Abbiamo registrato tanto impegno, tanta fatica, pagine e pagine, servizi tv dal Quirinale, dai partiti, dalle piazze vicine ai Palazzi. Ma di fatti ne abbiamo sentiti raccontare pochi. Più che altro i colleghi hanno tramesso impressioni, sensazioni, ipotesi e poco più.
Le sterminate dirette televisive hanno fatto registrare grandi ascolti. Francesco Giorgino ed Enrico Mentana, per citare solo due dei protagonisti delle “maratone”, si sono esibiti in trasmissioni piene di collegamenti e opinioni che piovevano da ogni parte, nel tentativo di prevedere e interpretare ciò che stava accadendo.
Si discuteva, ma la cronaca era poca. “E’ arrivata la delegazione tal dei tali. Vedete la macchina del ministro che esce dal cortile. Ci sono molti turisti qui davanti a Montecitorio. La porta è chiusa, ma i corazzieri sono sempre lì”. Qualche collega tentava di immaginare: “La riunione dovrebbe durare poco. L’incontro con il Presidente dovrebbe essere terminato.” Molti verbi al condizionale, un po’ di fantasia, una qualità che per i giornalisti può rivelarsi pericolosa e che portava anche i cronisti nel campo delle supposizioni. C’è stata qua e là una confusione delle parti. Tutti commentavano, lì dove i veri opinionisti dovevano essere solo gli invitati: costituzionalisti, politologi, esperti di lungo corso.
Idem sulla carta stampata. La quantità ha prevalso anche qui. Con una aggravante. Decine di articoli, sullo stato dell’arte, sui Cinque stelle, sulla Lega, sul Pd, sulle intenzioni di Mattarella, in realtà frutto completamente di ipotesi, di supposizioni, di intenti che ogni autore attribuiva a questo o a quel gruppo o uomo politico. La crisi è stata percorsa e sciorinata all’attenzione dei lettori con abbondanza di righe (una volta si sarebbe detto di piombo) ma carenza di notizie. Spesso si notavano ripetizioni e sovrapposizioni fra un articolo e l’altro. Ogni redattore aveva un compito, puntare su un partito, un big, una corrente. Il contenuto del pezzo -si rivelava- era un tentativo di capire i “retroscena”, le intenzioni, le volontà nascoste, ma tutto era presunto, non supportato da fatti, né da documenti e neppure da interviste. Con titoli spesso sparati e talvolta di parte. Un’esperienza interessante di lavoro, densa di buone volontà e di un indubbio impegno nella quale tutti i partecipanti hanno fatto (e in parte continuano a fare) i commentatori e gli esperti. Mentre il ruolo dei cronisti dovrebbe essere un altro. Non abbiamo avuto il fatto separato dalle opinioni. I fatti da raccontare non erano avvenuti. I cronisti, senza offesa, risultavano superflui.
Forse, di fronte a situazioni di tale gravità e serietà bisognerebbe dire chiaramente che la cronaca i giornalisti non la faranno, che molti di quei microfoni, di quei ponti radio, di quei collegamenti costosi e complessi, di quelle 7-8-9 pagine al giorno, non offriranno contributi concreti, i “fatti”. Non sarebbe allora più accorto offrire al lettore un quadro asciutto, una sintesi e poi i veri commenti? Le maratone di carta non funzionano, quelle tv creano attesa e magari pathos, ma non accrescono le conoscenze. I cronisti finiscono per credersi editorialisti, in un guazzabuglio di ruoli che non accresce la credibilità della professione.