di VITTORIO ROIDI

Credibilità non va d’accordo con pubblicità: i giornalisti dovranno rifletterci. E’ una delle questioni che sia l’Ordine sia il sindacato dovranno esaminare se veramente si vuole mostrare al cittadino che il lavoro giornalistico è fatto nel suo esclusivo interesse.
La pubblicità è sacra, dicono tutti, poiché dai suoi introiti dipende addirittura l’esistenza di molti veicoli di informazione. In toto, ad esempio per la free press e per i prodotti tv privi di abbonamento. In grande parte, per i giornali di carta che un tempo ricavavano dai “consigli per gli acquisti” (come li chiamò Maurizio Costanzo in un famoso spot che pubblicizzava camicie da uomo) il 20-30 per cento dei propri incassi, ma che sono poi arrivati a percentuali che superano anche il 50 % dei bilanci. La pubblicità è essenziale. Non si può storcere il naso.

Il contratto e il testo unico

Da molti anni si è capito però che essa va tenuta separata dalle notizie. Fondamentale dunque l’articolo 44 del contratto di lavoro nel quale si dice che “i messaggi pubblicitari devono essere chiaramente individuabili come tali e quindi distinti, anche attraverso apposita indicazione, dai testi giornalistici”. Ciò affinché sia tutelato il diritto del pubblico a ricevere “un’informazione corretta” cosa che non avverrebbe se i due campi fossero sovrapposti e mescolati. Norma che tutto sommato ha retto, è rispettata, anche se la pubblicità ha invaso le pagine stampate fino all’inverosimile, con pezzature e caratteristiche che rendono ardua qualsiasi forma di impaginazione dei titoli e degli articoli. E anche i prodotti tv talvolta vengono spezzati da “spot” che tuttavia non confondono i due generi, ma si limitano a interrompere il lavoro del giornalisti (per esempio una telecronaca), magari nei momenti meno opportuni.
C’è poi un secondo pilastro, l’articolo 10 del testo unico sui doveri del giornalista che, proprio al fine di garantire un’informazione corretta e sempre distinta dal messaggio pubblicitario, vieta al giornalista di prestare “il nome, la voce, l’immagine per iniziative pubblicitarie”. Solo a fini umanitari e culturali l’iscritto all’Ordine può essere autorizzato a violare questo precetto. Gli Ordini regionali sono severi e non fanno eccezioni.

Troppe domande non fatte

Ma è sufficiente? Forse è tempo di andare al di là e di alzare l’asticella. Non si tratta di creare nuovi divieti, ma di riflettere che ci sono momenti del giornalismo nei quali il diritto di informare si accosta pericolosamente all’interesse di terzi, e rischia di dimenticare quello del pubblico che legge, ascolta e guarda. Facciamo qualche esempio.
I telegiornali hanno rubriche dedicate ai motori. Settimanalmente compaiono servizi nei quali un giornalista presenta l’ultimo modello di una vettura. Sale, si mette al volante, fa un paio di curve, un rettilineo e magari un tratto di montagna, illustra le caratteristiche tecniche dell’auto. Bello, magari piacevole, ma talvolta il servizio somiglia un po’ troppo ad uno spot. L’ascoltatore è certo che quello sia un giornalista? Le riviste stampate, più accorte, fanno confronti fra una vettura e l’altra, sembrano più dotati di spirito critico. Qui invece non ce n’è traccia.
Un big della musica annuncia un tour in decine di tappe? Il solerte giornalista spiega dove e quando, attira le folle, offre un ottimo biglietto di presentazione. C’è da giurare che ogni spettacolo sarà sold out, come si dice oggi. Il giornalista non è pagato, ci mancherebbe altro. Ma il suo appare un aiuto evidente al lancio, ne fa parte. Si intende per quei cantanti e artisti che riescono a ottenere un simile anticipazione.
Lo stesso può dirsi per i film, anche a molta distanza dall’uscita effettiva. Notizie, si dirà. Può darsi (in qualche caso) ma non si notano approfondimenti. Sono poco più che annunci, conditi di musiche, immagini e una frase del regista o dell’attore. Evidente l’interesse della produzione ad avere questa pubblicità gratuita. Ma il pubblico è attento, smaliziato, non c’è il rischio che dubiti del giornalista? E al cinema, dove è accorso attirato da quell’annuncio, se si accorge che la pellicola è di basso livello, lo spettatore non può ripensare a quel giornalista che lo ha informato con superficialità?
Accade anche per i libri appena usciti. Si intervista l’autore, si lascia che sia lui a raccontare il contenuto, ma forse sarebbe più accorto che il giornalista leggesse e valutasse? Prima di propagandare quel testo. C’è chi lo fa, in modo anche abile e colto, ma altri si limitano all’annuncio e a mostrare la copertina. E poi: quanti autori non godono della stessa opportunità?
Si possono citare altri casi, ma la riflessione riguarda la professionalità, i modi, le forme, le domande troppo spesso non fatte, l’atteggiamento del giornalista, che non è un comunicatore qualunque, non presenta, non annuncia, ma è al servizio del lettore e deve interpretare le sue curiosità e il suo diritto ad essere informato. Un discorso che affonda nella qualità del messaggio giornalistico, lì dove ci sono chiari interessi in gioco. E dunque riguarda i direttori dei giornali e dei telegiornali. Ma perché no anche gli editori, ai quali la credibilità e la serietà dei propri giornalisti dovrebbe interessare. O no?