di FABIO ISMAN

Bisogna sempre guardare in avanti, «pensare al futuro», «essere creativi»; ero ragazzo, e ai tempi di John Fitzgerald Kennedy, si parlava già di «nuove frontiere». Esistono ancora: anche nel mestiere che pratico ormai da 56 anni. Ricevo una mail dall’ignoto direttore di un “giornale” on-line; mi chiede un pezzo «di quattro cartelle» su un tema che, peraltro, mi è abbastanza abituale. Bontà sua, aggiunge che posso (addirittura) «sceglierne un altro», non meglio specificato, di mio «gradimento». Ovviamente, tutto gratis. Educatamente, spiego che non ho bisogno, credo, di farmi della pubblicità: non ho troppo tempo a disposizione, e, con i capelli poco pepe e molto sale, non intendo investire ulteriormente sul mio futuro.

Tuttavia, me ne raccontano anche svariate altre, e perfino assai peggiori. Una radio propone delle interviste, e qualcuno ci casca: finisce nell’affollato atrio di un albergo, dove gli spiegano che le interviste saranno registrate, e, se vuole, può acquistare il video, s’intende con doveroso esborso. Ma altri ancora cerca «giornalisti»: vien fuori che dovrà fare parlare di tutto degli intervistati, i colloqui saranno videoripresi, un tale (non giornalista) li monterà poi a suo piacere; e gli interessati potranno acquistare per 69 euro più iva i filmati, che saranno quindi «trasmessi sui social». Al “giornalista”, questo lavoro di quattro ore quotidiane per cinque giorni settimanali, sarà retribuito con uno stipendio di 400 euro mensili, chissà se lordi o netti: nemmeno quattro all’ora, per un impiego che, con la professione, non ha davvero nulla a che fare. Un contratto a tempo determinato (prolungabile a seconda di come andranno gli affari?), che, ovviamente, non è quello giornalistico.

Ho sostenuto soltanto otto esami all’università: lavoravo già sodo (e a 99 anni, mia mamma me ne rimproverava ancora); ma forse, dovrei rinverdire lo studio del reato di truffa. O forse no: sono le «nuove frontiere»; bisogna «essere creativi», e «pensare al futuro»: specie al proprio. E non sarà tutta colpa del fatto, innegabile, che di lavoro, quello vero, in giro ce n’è davvero assai poco. Esistono un Ordine dei Giornalisti, un sindacato: non possono, per caso, farci qualcosa?