di ANDREA GARIBALDI

Come sta l’informazione?
In Svezia e Norvegia molto bene.
Nel resto del mondo piuttosto male. Frullata, stravolta, dentro una realtà passata, solo in mezzo secolo, dalla carta e dalle edicole ai telefonini che contengono ogni cosa. Il giornalismo però resiste e -arrancando- resta in piedi.
Prima notizia: si dice spesso che il futuro siano giornali sul web a pagamento. Non pare così. La crescita di chi paga per essere informato online è ferma, bloccata negli ultimi sei anni. A parte in Norvegia (34 per cento) e Svezia (27 per cento). Negli Stati Uniti è al 16 per cento, in Germania all’8. Chi ha da spendere qualcosa per il web preferisce “comprare” Netflix o Spotify, quindi intrattenimento, invece che informazione. “La maggior parte delle persone -si legge nel report- non è preparata a pagare per le notizie online e in base alle tendenze correnti sembra poco incline a pagare nel futuro”. Sorprendente, ma restano ancora di più coloro che comprano giornali stampati di quelli che comprano notizie online.
Seconda notizia: la fiducia nei mezzi di informazione nel mondo è al 42 per cento. In Finlandia al 59 e in Italia al 40.
Terza notizia: crescono in tutti i continenti i cosiddetti “aggregatori”, come Google news, Apple news, Upday o Flipboard. Siti che mettono insieme le migliori cose uscite sui media di tutto il mondo e le offrono ai lettori. Apple news squaderna 330 giornali in un solo colpo, ogni giorno. Gratis per i lettori, senza riconoscimento economico per gli editori e i giornalisti, che per quelle news hanno investito e faticato. Fra gli utilizzatori di i-Phone negli Stati Uniti sono più quelli che usano Apple news (27 per cento) di quelli che sullo schermo del cellulare leggono il Washington Post (23 per cento).
Quarta notizia: donne e uomini che per informarsi usano il cellulare sono cresciuti fra il 2013 e il 2019 dal 25 al 66 per cento.

75mila intervistati in 38 nazioni

Tutto questo si apprende nelle centocinquantasei pagine del Rapporto Reuters 2109 sull’informazione digitale. Un’indagine che viene effettuata dal 2012 e che quest’anno si basa su interviste a 75 mila persone in 38 paesi, cinque continenti.
Qualche dato di fondo. Sulla fiducia che l’informazione suscita abbiamo detto: sotto il 50 per cento, a parte in Finlandia, Portogallo, Danimarca, Olanda, Canada e Messico. In Francia, dopo la vicenda dei “gilet gialli”, è crollata al 24 per cento, 11 punti in meno rispetto allo scorso anno, in Gran Bretagna al 40 per cento, dopo il voto sulla Brexit. Ma la credibilità dei media è in calo ovunque. Fra il 2015 e il 2019, tredici punti in meno in Germania, 9 punti in meno perfino nella capolista Finlandia.
Sono invece il 32 per cento nel mondo quelli che “evitano le notizie”, mentre il 39 per cento sostengono che i media offrono una visione troppo negativa degli eventi (record in Grecia, 59 per cento). Il 28 per cento infine è schiacciato dal peso della quantità di notizie.
Torniamo ora la punto di partenza, il paywall, le notizie online a pagamento, considerate una possibile soluzione al disastro dei bilanci degli editori. Fra gli under 45 anni che tirano fuori qualche soldo per servizi online, il 37 per cento lo fa per servizi video come Netflix, il 15 per cento per musica (come Spotify o Apple music) e appena il 7 per cento per leggere news. Fra gli over 45 anni, questo dato sulle news sale al 15 per cento. Oltre la metà degli intervistati inoltre accede alle notizie online attraverso motori di ricerca, social media o aggregatori di notizie, solo il 29 per cento direttamente per via dei siti editoriali. Ci sarebbe anche il modello Guardian che non “vende” le sue notizie, le mette a disposizione gratis e invita i lettori a sostenere l’impresa, con atto liberale. Questo modello tuttavia ha convinto solo il 3 per cento negli Stati Uniti, il 2 per cento in Spagna e l’1 per cento in Gran Bretagna. “Siamo ancora lontani -si legge nel report Reuters- dal ritenere il business digital sostenibile per la maggior parte degli editori. Non ci sono segnali che la maggioranza della popolazione sia pronta a pagare per le notizie online, sebbene molti riconoscano che l’informazione su internet sia spesso incontrollabile e confusa”.
Abbiamo parlato di “maggior parte degli editori”, perché se saliamo verso l’alto le cose funzionano meglio. Il New York Times è arrivato a 3 milioni e 300 mila sottoscrittori digitali, il Wall Street Journal a 1 milione e 500 mila e il Washington Post a 1 milione e 200 mila. Uno su dieci sono sottoscrittori digitali “puri”, cioè non guardano anche la carta. Ecco dunque uno scenario per il futuro, carico di connotazioni sociali: informazione a pagamento per i quartieri benestanti e informazioni gratis di scarso livello -populista, sensazionalista- per tutti gli altri. In ogni caso, anche i più ricchi e colti sono disposti a pagare per una sola fonte online. Poche fonti, dunque, sono in grado di attrarre abbastanza pagatori da sopravvivere.

Il peso degli “aggregatori”

Per intravedere meglio il futuro si devono leggere le pagine che il rapporto dedica ai comportamenti dei giovani. Tanto per capirsi, i giovani sono abituati a non pagare nulla di ciò che è online e non vogliono cambiare questo abito. Si deve distinguere la generazione Y, i “millenials”, che oggi hanno fra i 25 e i 34 anni e la generazione Z, fra i 18 e i 24. Questi ultimi non hanno memoria, a differenza degli altri, di un mondo non digitale. Gli Y sono ancora molto su Facebook, mentre gli Z preferiscono Instagram, Snapchat, Whatsapp, Twitter. “Facebook -ha detto uno degli intervistati per il report- è antico. Come una roba di mamma”. La maggior parte del tempo utilizzato sui loro smartphone è dedicato a social network, navigazione su internet, podcast, mail, film e musica, mappe e trasporti. Nessuna applicazione di notizie si trova fra le 25 applicazioni più usate sia da Y sia da Z. Tuttavia, hanno giornali di riferimento, quando capita qualcosa di importante di cui vogliono conoscere i particolari: i soliti, Bbc o Guardian in Gran Bretagna, New York Times negli Stati Uniti. Pensano di non essere ben rappresentati nei media, ma non vedrebbero con soddisfazione la sparizione dei media tradizionali. Vorrebbero un’informazione chiara e affidabile, ma vorrebbero notizie-video o comunque facili da consumare. Il tempo che possono dedicare all’informazione è breve. Quindi usano molto gli aggregatori, tipo Google news. Ma gli aggregatori non pagano né editori né giornalisti.

La sostanza del giornalismo non muore, anzi il bisogno e l’importanza del giornalismo resistono e si rafforzano anche di fronte a cambiamenti epocali dei mezzi su cui si esprime. Il guaio di oggi è che i veri nuovi editori sono giganti che vogliono guadagnare cifre stratosferiche senza rispetto per il lavoro.