di VITTORIO ROIDI

Un po’ guascone e un po’ Bartali, un po’ “ve lo faccio vedere io” e un po’ “l’è tutto da rifare”. Il Sottosegretario Vito Crimi, ha affrontato i problemi dell’editoria col piglio di uno che conosce a fondo i problemi ed è lì pronto a rivoluzionare il mondo. Durante gli Stati Generali, convocati per fare il punto su questioni a tutti per la verità ben note, ha espresso opinioni non solo discutibili, ma in qualche caso allarmanti.
Mentre si discuteva del salvataggio dell’Inpgi, in rosso perché diminuiscono i giornalisti in attività che versano i contributi, mentre aumentano quelli che ricevono le pensioni, davanti all’ipotesi di aprire la porta dell’istituto altri “comunicatori”, ha detto ad esempio che una simile eventualità comporterebbe la fine dell’Ordine professionale. Perché, gentile sottosegretario? Cosa c’entra il bilancio dell’Inpgi con le regole etiche che l’Ordine applica ai giornalisti? Lei ritiene che debba essere abolito l’obbligo di pubblicare la verità?
Durante altre audizioni Crimi ha affermato che anche il contratto di lavoro non ha più ragione di esistere. Ma si rende conto? Da decine di anni il contratto nazionale valido erga omnes è uno dei pilastri sui quali si regge la nostra attività. E’ costato lacrime e sangue, lei perché lo vuole cancellare? Capisce che toglierlo significherebbe scatenare il Far West, favorendo più ancora di quanto già avvenga lo sfruttamento dei produttori di notizie? E poi, lo sa, onorevole sottosegretario, che il ministero del Lavoro ha sempre evitato di prendere posizione nel confronto fra le parti? Ora intende schierarsi? Non sarebbe meglio invece che il Governo mettesse in campo strumenti (facilitazioni fiscali e altro) per facilitare l’attività sia degli editori sia dei giornalisti?
E’ sicuramente vero che il contratto deve essere allargato ai tanti che fanno “giornalismo” con strumenti diversi rispetto al passato. Non è un problema facile, ma qualcosa di simile è successa tante volte in passato. Ora, invece, buttiamo via il contratto e tutto ciò che rappresenta?
Il sottosegretario ha detto anche cose condivisibili. Ad esempio quando ha sottolineato che l’Inpgi è l’unico istituto che svolge una funzione sostitutiva per cassa integrazione e disoccupazione. Oppure quando ha detto che gli editori con ciò hanno sfruttato “l’Inpgi come una cassa per ridurre il proprio costo del lavoro, e affrontando delle crisi industriali che non sempre erano corrispondenti alla mancanza di utili”. Molti di noi lo dicono da anni.
Fa pensare invece un’altra frase di Crimi: “Il futuro del giornalismo? Non può essere immaginato pensando solo all’Ordine, all’Inpgi, solo ai giornalisti e solo agli editori”. Cioè? Il timore è che dietro un simile concetto si nasconda l’idea di prevedere regole per tutto e per tutti, omologando attività e ruoli che devono restare liberi, separati e ben identificati.
Ben vengano proposte nuove, che non distruggano l’esistente (l’Ordine, il contratto), non aboliscano chi (Radio radicale) svolge un buon servizio alla collettività, non si prefiggano di controllare (quante volte in passato?!) e di piegare ai propri fini un’attività decisiva per il funzionamento della democrazia.