Un’ora e mezza di conferenza stampa nel Salone d’Onore del Coni, al Foro Italico. Totti lascia la Roma, “arrivederci e non addio”. In un’ora e mezza la stragrande maggioranza delle domande dei giornalisti comincia così: “Ciao Francesco. Senti…”.
L’abbiamo già scritto in questo sito (“E’ sbagliato darsi del tu”), a proposito di un’altra conferenza stampa importante, quella del vicepresidente del consiglio Salvini dopo la vittoria alle elezioni europee. In quell’occasione furono soltanto un paio i giornalisti a rivolgersi confidenzialmente al politico.
Il problema riguarda ogni settore della professione: il giornalista non dovrebbe dare del tu e non dovrebbe chiamare per nome le persone che sono oggetto del suo lavoro. Perché scrive su di loro e per scrivere con serenità d’animo deve anche mantenere un dovuto distacco.
Al massimo, si possono distinguere due livelli, pubblico e privato.
In pubblico il giornalista non dovrebbe mai dare del tu o chiamare per nome i protagonisti della cronaca. Non deve offrire l’idea, a chi assiste in tv o per la strada, che ci sia intimità, pacche sulle spalle, strizzate d’occhio. Non deve lasciar pensare che tutto quello che verrà scritto sia toccato da un rapporto di amicizia o qualcosa del genere. La forma è qui sostanza.
Può capitare però che un rapporto di vicinanza e simpatia sia utile a ottenere notizie e informazioni riservate. Una certa disposizione verso gli altri fa parte del bagaglio del giornalista. Si può arrivare al tu in alcuni casi ristretti e motivati, non pubblici, avendo sempre cura di non dare all’interlocutore la sensazione di essere influenzabili.
Le notizie e i lettori innanzitutto. Conferenze stampa e talk show non sono un pranzo di famiglia.

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