Il caso più recente è del 16 ottobre, con Matteo Renzi che riferito a Matteo Salvini e ai disagi che hanno interessato il traffico aereo nazionale ha detto: “O non è capace, o porta sfortuna”. Ma il ricorso alla “sfiga” fa parte da tempo del linguaggio della politica, come arma per colpire gli avversari: utilizzata da Vincenzo De Luca ancora pochi giorni fa, e prima ancora da l’ex Capo dello Stato Francesco Cossiga.
Dare del “portasfiga” a un politico, accusarlo di essere uno iettatore o un menagramo, è un espediente comunicativo che fa leva sulle superstizioni e sulla credulità popolare, trasformando l’ingiuria in uno strumento di lotta politica, come ricorda il linguista e accademico della Crusca Michele A. Cortelazzo in un articolo della rubrica “Le parole della neopolitica”, pubblicato su Lingua italiana, il magazine digitale dell’Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani. Strumento basato, però, solo sulla credulità popolare.
salice piangente
Vincenzo De Luca, sindaco di Salerno ed ex presidente della Regione Campania, in un video pubblicato il 18 settembre scorso aveva definito Angelo Bonelli, co-portavoce dei Verdi e deputato di Alleanza Verdi e Sinistra, il “salice piangente della politica italiana”, attribuendogli la fama di “un portaseccia in napoletano, un portasfiga in romanesco, se vogliamo diciamo unire l’Italia e utilizzare Manzoni, un mettimale, uno scampaforca”.
Cortelazzo ricorda anche il caso di Romano Prodi, definito nel 1999 da Francesco Cossiga “il Tutankamen di Bruxelles”, accompagnando l’espressione con una singolare distinzione tra iettatore e menagramo: “Lo jettatore è colui che porta male agli altri, menagramo è colui che la porta agli altri e a sé medesimo, con il che si può anche andare in aereo con uno jettatore ma non con un menagramo”.
quanti voti
Più recenti i casi di Piero Fassino e, ancora una volta, Matteo Salvini, accomunati da quella che l’europarlamentare leghista Susanna Ceccardi ha definito “veggenza al contrario”. Di Fassino è rimasta celebre la sfida lanciata nel 2009 a Beppe Grillo: “Metta in piedi un’organizzazione, si presenti alle elezioni, vediamo quanti voti prende”. Di Salvini si ricorda, invece, la vittoria elettorale pronosticata a Viktor Orban: “Elezioni che sono sicuro vincerete”, aveva dichiarato nel gennaio 2026, poco prima della sconfitta del leader ungherese.
Ma questa se da un lato garantisce una vittoria comunicativa immediata a chi la pronuncia, lasciando la controparte senza possibilità di una replica efficace, rappresenta una pratica sgradevole da evitare, perché, si domanda Cortellazzo, “cosa si può controbattere a chi lancia un’accusa che consiste in qualcosa che esiste solo nella credulità popolare?”.
(nella foto, Vincenzo De Luca e Matteo Renzi)




