di ELETTRA BERNACCHINI
Secondo l’analista politico statunitense Matt Stoller, sono due i temi importanti attorno a cui ruota il caso della cancellazione del talk show “Jimmy Kimmel Live!” dal canale Abc, avvenuta dopo un pezzo di satira sulla reazione del movimento MAGA e di Donald Trump all’assassinio di Charlie Kirk.
Una, più palese, riguarda la volontà del Presidente Usa di controllare e sottomettere le voci critiche.
L’altra, più tecnica, ma ancora più determinante, è il Telecommunications Act, adottato ai tempi dell’amministrazione Clinton con un Congresso a guida repubblicana, veicolato dalla Federal Communications Commission (Fcc) presieduta da Brendan Carr, un’agenzia alle dipendenze del governo.
Stoller snocciola i punti salienti nella newsletter del 18 settembre 2025, spiegando come la legge del ’96 si sia rivelata di fatto uno “strumento di censura”, avendo permesso il controllo della maggior parte dei media da parte di pochissimi soggetti. “Se ci sono tanti giornali in circolazione –scrive l’analista – controllarne uno non fa granché differenza. Ma se molti giornali fanno capo a una sola entità, controllare questa entità equivale di per sé all’esercizio della censura”.
È interessante seguire il suo ragionamento perché, pur calato nella situazione statunitense, tocca dei temi universali nell’ambito del diritto dell’informazione.
operazioni finanziarie
Per spiegare la sua tesi, Stoller parte dai casi concreti. Lo stop allo show di Kimmel è arrivato appena due mesi dopo l’annuncio della fine del rapporto di lavoro tra Stephen Colbert, altro volto noto e indigesto all’amministrazione trumpiana, e l’emittente Cbc alla fine della stagione in corso del “The Late Show”, ereditato nel 2015 da David Letterman. Intanto, Stoller fa notare che il Presidente Usa, felicitandosi in un tweet datato 18 luglio dell’allontanamento di Colbert, aveva nella stessa occasione “previsto” anche l’epilogo di Kimmel. In secondo luogo, evidenzia come, a monte di entrambe le storie, ci siano state pressioni esercitate dal Presidente dalla Federal Communications Commission, e interessi da proteggere per via di grosse operazioni finanziarie in corso tra i grandi gruppi soggette proprio al controllo della Fcc. Nel caso di Colbert, l’acquisizione della Paramount da parte dell’alleato di Trump, Larry Ellison, fondatore della Oracle. Nel caso di Kimmel, da un lato la fusione attenzionata dall’Antitrust tra Abc, controllata della Disney, con il sito di streaming Fubo, dall’altro il Nexstar Media Group, impegnato in un’operazione con la società Tegna, che aveva esplicitamente chiesto l’estromissione del conduttore.
pochi oligarchi
I due esempi sono solo gli ultimi in ordine cronologico di un più ampio movimento di progressiva concentrazione dei media in mano a pochi “oligarchi”, e quindi di perdita della pluralità.
Riprendendo Axios, Stoller fa una carrellata: “Elon Musk ha acquistato Twitter, Jeff Bezos il Washington Post (impedendo l‘“endorsement” a Kamala Harris), Patrick Soon-Shiong ha bloccato il sostegno del Los Angeles Times ad Harris, grandi testate come Univision o il Baltimore Sun sono finite sotto il controllo di gruppi vicini a Trump. Apple, Google e Meta si sono spostati verso posizioni più favorevoli ai repubblicani. Oracle cerca di acquisire Warner Bros. Discovery, proprietaria della Cnn, e forse TikTok“. La fotografia è stata scattata da More Perfect Union: “Nel 1983, cinquanta compagnie diverse controllavano il 90% del mercato dei media Usa. Oggi sono diventate cinque“.
tre punti
Da qui la centralità del Telecommunications Act (1996), che sostituiva la precedente normativa del 1934. Quando Bill Clinton lo firmò, gli obiettivi dichiarati erano aprire il settore alla concorrenza, favorire investimenti e innovazioni grazie alle tecnologie emergenti, aumentare la scelta per i consumatori tenendo basso il costo.
Tre i punti fondamentali:
– permettere alle compagnie regionali di entrare nel mercato della lunga distanza e facilitare la concorrenza tra fornitori di telefonia, internet e tv via cavo (“deregulation”);
– allentare i limiti sulla proprietà incrociata di stazioni radio, tv e giornali nelle stesse aree e alzare quelli sulla concentrazione in un unico soggetto;
– introdurre la disposizione che tutela le piattaforme online dalla responsabilità sui contenuti pubblicati dagli utenti, nota come Sezione 230 del Communications Decency Act.
autorità di regolamentazione
Per Stoller, e altri detrattori della legge, il Telecommunications Act, nel rovesciare i divieti imposti dal New Deal sull’acquisto delle emittenti locali da parte dei grandi gruppi, ha trasformato il mercato dei media in un sistema eccessivamente “discrezionale” gestito dalle autorità di regolamentazione – che, per loro natura, risentono dei cambi di vento di Washington. Non a caso, scrive, con questa legge sono state gettate le basi “per i monopoli nella banda larga, con la deregolamentazione dei fornitori di telecomunicazioni, e la creazione delle odierne big tech, con la Sezione 230 che impedisce l’applicazione di una serie di norme di “common law” sulle piattaforme”.
In ultimo, secondo l’analista, ci sono due approcci possibili al problema. Con uno, considerato “superficiale”, ce la si prende solo con “gli enti regolatori cattivi che fanno cose cattive”– per tornare al caso Kimmel, il riferimento è al leader democratico Hakeem Jeffries che ha chiesto le dimissioni di Brendan Carr dalla Federal Communication Commission. Con un altro approccio, che Stoller caldeggia, bisogna agire sulla “struttura” che determina la situazione attuale, ovvero modificare – se non abrogare direttamente – il Telecommunications Act. “Se si crea un sistema intrinsecamente basato sulla capacità di imporre una visione delle cose alle persone, chiunque ne viene posto a capo finirà in un modo o nell’altro per sfruttarlo”, dice Stoller.
il “ricatto” di google
Non ci si può affidare esclusivamente alle buone intenzioni di qualcuno, bisogna rendere il più corretta possibile la struttura che questo qualcuno gestisce. Nel lungo elenco di punti di cui un’ipotetica nuova legge dovrebbe tenere conto oggi, l’analista annovera anche il ritorno di radio e tv in mano alle compagnie locali, eliminare la Sezione 230 per rendere le piattaforme digitali responsabili delle condotte problematiche di soggetti terzi, impedire a Google la pratica ricattatoria per cui gli editori sono forzati a dare in pasto i contenuti per allenare l’IA per continuare a comparire nelle ricerche.
Allo stesso tempo, Stoller guarda con interesse al nuovo “ecosistema mediatico” fatto di voci indipendenti come Steve Bannon o Tucket Clarlson a destra, i podcaster Theo Von e Joe Rogan, i siti Drop Site News o Popular Information. Al di là delle posizioni politiche, sono tutte realtà che “colmano il vuoto di fiducia del pubblico” per i vecchi media – la stessa piattaforma Substack (che Stoller usa per la sua newsletter) permette a decine di professionisti dell’informazione di autopubblicarsi.
I finanziamenti in questo senso, però, sono ancora esigui rispetto a quelli che raccolgono le entità monopolistiche. “Bisognerebbe ridistribuire gli incentivi attraverso la nuova legge“, scrive l’analista, per avere “un ambiente mediatico e comunicativo più aperto“. Al contrario, rimanendo sui binari esistenti, l’autoritarismo continua a prosperare: “Il cuore della politica autoritaria si trova nelle stanze dei consigli di amministrazione. Ed è proprio questa dinamica cui stiamo assistendo in modo esplicito“.
(nella foto, Matt Stoller)




