di RENZO CIANFANELLI

Era un grande, anzi unico. Autodidatta geniale, nella vita aveva fatto di tutto. Cameriere di bordo, tenore di opera lirica. Istitutore in una scuola per ciechi. Insegnante perfino di francese in Scandinavia. A Londra lo scoprì per caso Piero Ottone, all’epoca corrispondente per il Corriere. “Mia moglie Hanne cercava una baby-sitter e aveva messo un’inserzione sull’Evening Standard. Ero in casa e si presentò lui, un piccolo ragazzo entusiasta. ‘Ma veramente mia moglie cerca una donna’, gli dissi. E lui ‘non importa, il lavoro con i bambini lo faccio io. Voglio vivere a Londra. Scriverò delle storie. Il mio sogno è di fare come Hemingway. Anzi ho portato qui dei racconti’….”

“Fai vedere”, lo interruppe Ottone. Cosi incominciò il tirocinio di Ettore Mo al Corriere della Sera, aiuto corrispondente abusivo senza contratto. Erano gli anni della Swinging London, della principessa Margaret che amava il suo scudiero colonnello Townsend, ma non lo poteva sposare perché divorziato, dello scandalo Profumo, ministro che costretto a dimettersi perché aveva “mentito in parlamento” su una storia di prostitute, dei Beatles e di Mary Quant inventrice della minigonna.

cinquanta lire a riga

Ettore era pagato 50 lire per ogni riga pubblicata, ma aveva talento da vendere. I suoi pezzi uscivano con la sigla V. (per Vice), poi dopo Ottone vennero a Londra Alfredo Pieroni con Pietro Sormani, Vero Roberti con Leonardo Vergani, Edgardo Bartoli e altri.
Ettore Mo aveva una tenacia, una capacità di lavoro impressionante. La firma gradualmente divenne E. Mo. e poi, qualche volta a titolo di premio Ettore Mo, sul Corriere d’Informazione e sulla Domenica del Corriere. Gli anni passavano. Ettore ebbe la fortuna di sposare una ragazza inglese altrettanto tenace. Nacquero anche tre figli, cosa possibile anche senza contratto grazie al Welfare State che allora funzionava sul serio.

L’ufficio di Londra al Daily Telegraph in pratica era la sua vera casa, dove lui era sempre presente fino a tarda notte.

i pubs di fleet street

I colleghi italiani con firme prestigiose, anche se gli davano del “lei”, senza il suo aiuto non avrebbero potuto mandare avanti il lavoro. Il piccolo “Mr Mo” invece a Fleet Street, frequentando i pubs, dove andavano i reporters inglesi, lo conoscevano e stimavano tutti, gli passavano anche notizie, perché lo consideravano uno di loro.
Alla fine, senza sindacati né raccomandazioni né appoggi, per l’indispensabile Mo successe il miracolo. Il direttore al Corriere era Giovanni Spadolini, poi sostituito da Piero Ottone. “Non si può andare cosí, bisogna fargli un regolare contratto” fu deciso a Milano. C’erano però, nel mondo chiuso, bizantino, autoreferenziale del giornalismo italiano, dei grossi problemi. Ettore era bravissimo sí, ma per legge doveva essere retrocesso per 18 mesi a semplice praticante, e poi superare a Roma l’esame di Stato.

la tempra di Hemingway

Con l’intera famiglia, così Ettore Mo fu trasferito a Monte Mario, a spese del giornale, e destinato provvisoriamente al ruolo di “trombettiere”. Doveva cioè rimanere per l’intera giornata nella sede del Messaggero, giornale di Roma e segnalare al Corriere a Milano le notizie di cronaca della capitale. Promosso. Giornalista professionista, a Milano qualcuno pensò che, avendo fatto nella vita anche il tenore, Mo poteva andare bene per la Redazione Spettacoli. Lui non si scompose. Resta memorabile una sua intervista a Dario Fo, premio Nobel per la Letteratura, che spiritosamente si conclude con le parole: “Grazie Fo”. “Grazie Mo”.
Ma la vera apoteosi per Mo doveva venire più tardi. Verso i 45-50 anni, quando i cronisti che non hanno la tempra di Hemingway incominciano a tirare i remi in barca. Ettore non era uno di questi. Si mise in testa di andare in Afghanistan, e finalmente riuscí a realizzare il suo sogno di sempre: viaggiare, conoscere il mondo, a volte anche rischiando la vita. Ha scritto mirabili storie su guerre tragedie e rivoluzioni, raccolte in decine di libri che restano una parte fondamentale dell’arte di cercare di capire le cose e spiegarle.

Ha continuato a viaggiare, a navigare verso terre sconosciute, con la curiosità dell’esploratore e raccontatore, senza protagonismi ridicoli e incurante del tempo che passa, fino a ben oltre gli ottanta e più anni. Era questa in fondo l’ansia che spingeva verso l’ignoto l’omerico Ulisse. Addio marinaio.

(nella foto, Ettore Mo)

2 Commenti

LASCIA UN COMMENTO