di ALBERTO FERRIGOLO

“A me la definizione inviato di guerra non piace”, afferma Francesca Mannocchi, giornalista che si occupa da lungo tempo di conflitti, migrazioni, società, sui media nazionali e internazionali, e che attualmente lavora principalmente per La Stampa e La7. Nel lontano 2014 ha cominciato a lavorare per L’Espresso, ma ha collaborato anche con The Week, Stern, Guardian, Observer. Nel 2018 il suo documentario, diretto con il fotografo di guerra e marito Alessio Romenzi, ”Isis, tomorrow. The lost souls of Mosul”, produzione internazionale in lingua arabo-irakena sui figli dei combattenti dell’Isis, è stato presentato e premiato alla 75esima Mostra Internazionale d’Arte cinematografica di Venezia.  

Non ti piace o non ti s’addice?

“Questa definizione ha sempre fatto un po’ moda, fa un po’ fascino del pericolo. Partirei perciò da una premessa: il vero inviato che racconta le situazioni di conflitto non ha bisogno di raccontare troppo le situazioni in cui naturalmente vive il pericolo, perché il pericolo è in qualche modo implicito e scontato in missioni di lavoro di questo tipo. Credo che ci siano vari tipi di inviati: quelli che hanno molto desiderio di vivere situazioni adrenaliniche e pensano che la guerra sia solo quello, o principalmente quello, e chi invece ha bisogno di raccontare vari tasselli di quello che un conflitto genera”.

A te cosa piace raccontare?

“A me piace raccontare le storie delle persone, le storie dei vivi, ben prima che le storie dei morti, e penso che sia quel che dovrebbe lasciarci più atterriti, in tempo di guerra. Perciò per rispondere anche alla tua precedente domanda, penso che la definizione ‘inviato di guerra’ sia per me limitante, nella misura in cui ho raccontato tante crisi in questi anni: la crisi migratoria, prima di tutto, in paesi molto complessi come la Libia e in paesi in cui non si combatteva e, nonostante ciò, la situazione era una situazione molto complicata, penso al Nord Africa, all’Afghanistan, al Libano, all’Iraq. Sono paesi che ho raccontato sia in tempo di guerra che nei dopoguerra. La definizione ‘inviato di guerra’ piace a tutti quelli che amano mettere l’elmetto e il giubbotto antiproiettile, ma la guerra – ahimé – non è solo quello”. 

Quali sono i tasselli che una guerra genera?

“Ci sono quelli politici, quelli sociali, ma soprattutto bisogna cercare di guardare ciò che potrebbe accadere quando i combattimenti finiscono, quando la tensione cala, come adesso. Immaginare il racconto della guerra come un racconto fatto di soli giubbotti antiproiettile, spari, mi sembra piuttosto limitato”.

Come scegli le storie da raccontare? Come avviene la tua selezione, quali sono i tuoi contatti? Chi interpelli e a chi t’appoggi, usi i fixer? Ti muovi da sola?

“È impossibile muoversi da soli in zone di guerra. Chiunque lo dica, mente. In zone di conflitto, per chi come me si è occupato principalmente di altre aree del mondo in passato, è necessario avere un accompagnamento per varie ragioni: innanzitutto, per una questione banalmente linguistica e poi perché le persone con cui lavoriamo – chiamarli fixer è piuttosto limitante – sono colleghi che il più delle volte sono dei ‘ponti culturali’ per noi. Vale in Ucraina come in Medioriente, cioè servono non solo a tradurre per noi quello che ascoltiamo, a fare le richieste dei permessi per poterci muovere da una provincia ad un’altra dei paesi nei quali operiamo, ma sono dei veri trait d’union. Che ci indicano come è meglio muovere una mano, alzare uno sguardo, cosa è meglio dire quando s’incontra una persona, come rapportarsi, quali sono le condizioni di partenza, su che territorio ci si sposta, cos’è una provincia piuttosto che un’altra. È come arrivare in un Paese come il nostro e lavorare in Calabria o in Veneto, insomma. Se noi fossimo i fixer di un giornalista straniero gli spiegheremmo che Paese è, che regione è e che province sono quelle in cui si trova”. 

Quali sono le garanzie del loro apporto?

“Il lavoro di queste persone è più che fondamentale, è necessario. È il lavoro senza il quale noi non muoveremmo un passo. E rappresenta per me -non solo in Ucraina, è stato così in tutti questi anni- il vero apparato di sicurezza. Dove i miei contatti, che sono diventati negli anni amici fraterni, mi dicono: ‘Oltre a questo non possiamo spingerci’. Per me quel che mi dicono vale quanto una sentenza della Cassazione, perché se una persona che vive lì e vuole continuare a vivere lì – nessuno di noi è un pazzo incosciente che vuole andare a morire sotto il tiro dei cecchini – se una persona mi dice questo è il limite, per me vale quanto mille risk assessment degli apparati di sicurezza. Spingersi oltre sarebbe da un lato da incoscienti, in secondo luogo molto poco rispettoso nei confronti delle persone che lavorano con noi. Io non insisto mai”. 

Ti appoggi anche all’esercito?

“Appoggiarsi all’esercito è necessario. Chi dice il contrario forse non ha idea di come funzionino le guerre. Immaginare di raccontare la guerra di liberazione di Mosul dai miliziani dello Stato islamico in maniera autonoma è una barzelletta che fa ridere chi la ascolta. Non si poteva vedere quella guerra se non accompagnati e protetti – e sottolineo con forza la parola protetti – dalle forze speciali dell’esercito irakeno. Non è che si poteva andare al fronte da soli e fare le passeggiate. Questo vale egualmente per le guerre libiche. È chiaro che si va accompagnati e protetti dalle forze militari del Paese in cui si lavora. Questo non significa essere censurati, significa che un buon inviato, un buon giornalista, un buon cronista sa come si deve comportare quando è al seguito delle truppe. E sa anche come rendere meno ambigua e ripulire quella che è la naturale retorica di un esercito in guerra. Questo accade sempre, in ogni esercito che si racconti”.

Come ti rapporti, in una situazione complessa come può essere l’Ucraina? Come controlli, verifichi le fonti ufficiali? Come le distingui dalle fake, per esempio? 

“Leggo i quotidiani internazionali, quelli locali, cerco di farmi tradurre i quotidiani dell’altra parte della cortina, quelli russi, incrocio le informazioni. Se arriva il bollettino dell’esercito ucraino che dice che in un luogo sono stati ritrovati 60 corpi in una fossa comune non dò la notizia se non sono andata a verificare. E se non posso andare a verificare uso una parola che sarebbe necessario usare più spesso, e che è ‘presumibilmente’. O, quantomeno, cito sempre la fonte a cui mi sto riferendo. È fondamentale, non si può dire è stata ritrovata una fossa comune a Makariv, ma si dice: ‘Secondo le istituzioni governative ucraine è stata ritrovata una fossa comune a Makariv, non è stato possibile per noi raggiungere il luogo per verificare se sia davvero così’. Questo è il modo in cui si lavora in maniera, diciamo ‘anglosassone’. Il rispetto per il lettore e lo spettatore è doveroso. ‘Viene rilasciata questa notizia, non siamo in grado di verificarla’, punto. Così va scritto. È fondamentale sottolinearlo”.

Dove fai base in genere? Dove ti appoggi? Cosa significa lavorare in Ucraina oggi?

“Dipende, non esiste una regola. Ci sono sere in cui devi dormire in una base militare, sere in cui ti appoggi a casa di qualcuno, un civile che ti ospita, notti in cui dormi in un hotel e riesci a farti una doccia per una settimana di seguito, giorni in cui arrivi in una città dove gli hotel sono tutti chiusi, come è successo a Kramatorsk l’ultima volta. Abbiamo affittato però una piccola casa e abbiamo fatto la spola da lì al Donbass ogni mattina. Le situazioni della logistica cambiano di giorno in giorno e da Paese a Paese, difficile dire… È chiaro che chi fa un lavoro come questo deve esser disposto ad un elevato livello di adattabilità”. 

Dal punto di vista professionale come ti consideri?

“Sono una free lance”.

E ce ne sono tanti nelle zone di guerra? Quale differenza c’è tra un free lance e un giornalista che dipende da una testata?

“Ce ne sono moltissimi. E anche le differenze tra l’uno e l’altro sono tante e sostanziali, riguardano soprattutto il fatto che se qualcuno ti invia in un luogo quantomeno copre le tue spese. Che sono sempre molto alte, fatte di spostamenti, di fixing e traduzione, di vitto e alloggio e di assicurazione. Nelle ultime settimane, prima di tornare l’ultima volta dall’Ucraina a maggio, l’assicurazione settimanale per un free lance per l’attrezzatura e in caso di infortunio o qualcosa di anche più grave, si aggirava intorno ai 2, 3 mila euro. Quindi, o ci sono dei guadagni garantiti, tali da coprire un’assicurazione di questo genere oppure i free lance partono senza assicurazione, esponendosi ad un rischio altissimo e intollerabile”. 

Come si comportano in genere i colleghi?

“La guerra è sempre stata un’opportunità e, insieme, un palcoscenico. Non è così da ora e probabilmente è un evento che vediamo in maniera più significativa con l’Ucraina, perché è di fatto la guerra più vicina e che ha occupato le prime pagine dei giornali per tante settimane. Questo fa sì che ci siano dei bravissimi colleghi che hanno i riconoscimenti che meritano, perché sono degli ottimi narratori, ma significa anche – e purtroppo abbiamo assistito a questo tipo di fenomeno, come è successo anche in altre guerre – che c’è un livello pericoloso di approssimazione. Perché non si va in guerra senza aver fatto un corso di primo soccorso, ma non si va in una zona di conflitto senza un giubbotto antiproiettile buono e un elmetto buono. Non si va in guerra senza sapersi muovere. Sono cose che non si imparano facendole, perché è pericoloso. Si imparano prima. Quindi ovviamente rivendico la scelta d’essere una free lance, so però che ci sono periodi in cui i costi vivi non permettono trasferte lunghe. Perché non si parte senza assicurazione, né si parte senza una protezione adeguata a potersi garantire l’affitto di una macchina, le taniche di carburante quando il carburante non c’è, un piano di uscita e di evacuazione dal Paese in cui ci si trova. Sono cose a cui bisogna pensare prima e non dopo”. 

Tu hai fatto corsi specifici?

“Sì, ho fatto corsi specifici. Ho la mia attrezzatura. Ma ho visto anche colleghi senza… ma soprassediamo perché non è elegante. Per dire che tutte queste cose sono davvero importanti perché salvano la vita. Non è uno sfoggio di precauzione. Sono morti tantissimi giornalisti in Ucraina ed erano giornalisti di grande e lunghissima esperienza, questo ci dà la misura di quanto sia pericoloso questo conflitto”.

Dove si fanno in genere i corsi e in che modo?

“C’è una organizzazione internazionale di free lance che si occupa una volta l’anno, prima del Covid anche due, di organizzare questi corsi. Ci si iscrive, ma ce ne sono anche organizzati da alcuni colleghi italiani una o due volte l’anno, corsi che fanno pure le Forze armate. Spesso sono addirittura gratuiti, se fatti da Reporters sans frontiere, e coprono e offrono anche delle assicurazioni a tariffe agevolate. Naturalmente bisogna avere accesso a questo tipo di informazioni o cercarle, sono fondamentali”.

Cosa ti spinge a raccontare i conflitti?

“La curiosità. La stessa che mi spinge a raccontare le periferie del nostro Paese, gli ospedali in tempo di Covid, il Mediterraneo centrale quando ci sono i grandi flussi migratori. Per questo è fonte di orgoglio il riconoscimento di questi mesi ma anche, non ti nascondo, di frustrazione, visto che sono tanti anni che frequento luoghi non proprio amabili e agevoli. Luoghi in cui abbiamo visto tanta fame, tanto dolore, tanta morte, tanti cadaveri. Però tutto questo forse ci ha insegnato a guardare un pochino a questa guerra con più chiarezza”.

Hai mai paura?

“Sempre. Altrimenti non sarei qui a raccontartelo, perché è la nostra più fedele compagna. È quella che ci fa stare un passo prima dell’incoscienza. Accorti”.

(nella foto, Francesca Mannocchi)

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