di ALBERTO FERRIGOLO

“Non solo l’Ordine dei giornalisti non è adeguato, ma è assolutamente out of contest nell’essere al passo con i tempi e con le esigenze di una professione che cambia e si evolve in continuazione”. La pensa così Giulio Gambino, fondatore e direttore dal 2010 di Tpi.it e da settembre 2021 alla guida di TPI The Post Internazionale, settimanale che potremmo collocare a metà strada tra il vecchio Avvenimenti e il tentativo di essere L’Espresso, senza però avere ancora quel piglio da “corda pazza”, come ama ricordare sempre Dante Matelli, inviato di esteri del settimanale di via Po 12, poi corrispondente da New York con incursioni curiose e frequenti sulle pagine culturali fino al 2004, che ebbe quell’esperienza giornalistica nata nel 1955. “Corda pazza” è un’espressione usata da Leonardo Sciascia (riprendendo Pirandello) nel descrivere i siciliani e sottolineare quel loro senso di alterità un po’ scapigliata.

Quindi, un settimanale “svirgolino”, cioè eterodosso, tra il serio e il faceto, in grado di affrontare in modo leggero anche le cose di un certo peso e spessore. E viceversa. Un punto di vista, una sorta di follia allegra e anche scanzonata. Tuttavia, un po’ di L’Espresso nel Dna di Giulio Gambino c’è, essendo lui il nipote di Antonio, per lunghi anni giornalista e analista di politica interna ed estera del settimanale romano.    

Come sta andando TPI cartaceo a sei settimane dal lancio?

“Sta andando bene, molto bene. Il primo numero ha venduto 12mila copie, 13mila il secondo. Siamo molto felici”. 

In quanti vi lavorate?

“In tutto otto persone, questo è l’organico, poi c’è un ampio parco di collaboratori”.

Età media?

“Tra i 35 e i 40 anni. Io ne ho 34”.   

Un tuo giudizio sul giornalismo oggi.

“Credo che esistano forti e validi giornalisti, ma che oggi il conformismo al quale ci siamo circondati e abituati, ha purtroppo reso piuttosto piatto il modo di fare giornalismo. Un tempo l’informazione svolgeva la sua funzione di peso e contrappeso nell’ambito di una democrazia che deve avere degli anticorpi, tra i quali c’è, appunto, anche la stampa. In una democrazia che funziona ci deve essere qualcuno che faccia le pulci al potere, qualcuno che fa le domande che devono esser fatte, anche scomode, a chi ha quel potere e nel nome di chi quel potere invece non ce l’ha affatto. Il giornalismo oggi è sempre meno questo modo di essere e di agire”.

Di chi è la colpa?

“Non è certo dei giornalisti, ma è insita proprio nella dinamica dei rapporti. Sono convinto che esista una stortura nella nostra editoria e credo che sia soltanto una nostra caratteristica, per cui molti giornali sono in mano a persone che non hanno così a cuore l’interesse pubblico, ma che hanno invece interessi divergenti. Ovvero, cose che sono loro, private, e che non hanno nulla a che vedere con l’interesse pubblico. Tutto questo ha contribuito ad abbassare il livello generale del giornalismo. Ecco, dunque, perché una iniziativa editoriale come la nostra può apparire persino “sovversiva” o, quanto meno, in controtendenza”. 

Da decenni si parla di Riforma dell’Odg. Alla luce delle trasformazioni, anche tecnologiche, della professione. Ha senso l’Ordine così com’è?

“Personalmente credo che così com’è non serva”.

Quali sono le carenze o le sue pecche?

“Partiamo dalle basi. Cosa dovrebbe fare l’Ordine? Credo, tutelare i suoi iscritti e mantenere o garantire una deontologia al proprio interno. Quanto a tutelare, tutela poco, molto poco. Soprattutto dal punto di vista delle querele, sempre più temerarie. E noi ne abbiamo prese due da Renzi in poco più di un mese di vita. Poi l’Ordine non alza la voce quando c’è un potente di turno che si fa sentire. Non fa nulla. Vorrei invece vedere un’alzata di scudi in difesa della categoria quando è necessario. Invece quando c’è il magnate che fa la voce grossa, tutti zitti. E l’Ordine non ha nemmeno un idem sentire, che a mio avviso dovrebbe avere, con la Federazione della stampa. O con Uspi, l’Unione stampa periodica, o comunque con le forme di rappresentanza sindacali.  E nemmeno svolge una funzione dura, di contrasto, nel rapporto con le associazioni di categoria degli editori”.

In che senso?

“Forse se ai vertici ci fosse una donna o un uomo davvero forti, rappresentativi, potrebbe avere una sua caratterizzazione, un proprio piglio che ora non ha. Al vertice dell’Ordine ci sono persone del tutto sconosciute, che poco possono fare. Chi è per esempio il presidente dell’Ordine?” 

Carlo Verna, giornalista Rai, che è stato una delle voci di Tutto il calcio minuto per minuto su Radio Uno, un giornalista sportivo.

“Certo, per carità, non è che non abbia una sua storia, ma fosse Lucia Annunziata, per fare un esempio, probabilmente avrebbe un impatto e una presa diversa, non solo sulla categoria, ma anche sul piano istituzionale più generale. Lucia Annunziata può fare il presidente della Rai, non si capisce perché non possa fare il presidente dell’Ordine”. 

Bisognerebbe però sapere se lei sarebbe disposta a ricoprire l’incarico.

“Ovviamente, però quel che voglio dire è che se si vuole avere davvero un Ordine che funzioni, rappresentativo e non solamente nominale, ci vorrebbe una figura di peso specifico riconosciuto. Autorevole. Poi l’Ordine non ha alcuna funzione di tutela dei giornalisti, agendo all’unisono con la Fnsi, il sindacato di categoria. Perché l’Ordine non si mette d’accordo con la Fnsi e opera affinché vengano tutelate le condizioni dei giornalisti, dal punto di vista della loro professionalità e delle condizioni di lavoro, per esempio? So che c’è stata una lunga trattativa durata due anni per questo nuovo contratto che prima era Uspi e adesso è Cisal, la Confederazione Italiana dei Sindacati Autonomi dei Lavoratori. Sono cose tecniche, però c’è gente che non si è sentita molto tutelata negli ultimi anni. Né dal sindacato né dall’Ordine”. 

Però qui stai entrando in una materia più prettamente sindacale e che non riguarda propriamente le funzioni dell’Ordine. Sono due organismi diversi.

“Però secondo me, invece, l’Ordine dovrebbe avere anche un ruolo più politico-sindacale, altrimenti davvero non vedo cosa ci stia a fare. Ci sono molti altri Ordini professionali che, ad esempio, discutono anche di questo genere di questioni, non vedo perché quello dei giornalisti non possa fare lo stesso e avere un ruolo più presente a tutela dei giornalisti. Poi c’è l’ultima cosa, quella delle sanzioni: ma è mai possibile che giornalisti e direttori come  Feltri, Sallusti possano fare impunemente quel che gli pare, dire e scrivere quel che vogliono e nessuno dica mai nulla, intervenga o alzi un dito? Mentre invece l’Ordine si scaglia contro la Lucarelli, che viene deferita ai probiviri… suvvia…”.

Ti riferisci alla vicenda del figlio della giornalista che ha espresso la sua opinione su Salvini durante un comizio? Lei interviene per spiegare quel che è successo, alcuni siti pubblicano nome e cognome del ragazzo e lei viene deferita all’Odg. Lucarelli ha così commentato in un tweet: “Geniale”.

“Esattamente”.

Ti faccio notare che in realtà Vittorio Feltri è stato condannato a pagare 11 mila euro per il titolo “Patata bollente” su Libero, riferito alla sindaca di Roma Virginia Raggi, anche se la condanna gli è stata inflitta dal tribunale di Catania…

“Appunto, come volevasi dimostrare”.

Ovvero?

“Che semplicemente l’Ordine agisce a proprio uso e consumo come gli pare e piace. Non mi sembra corretto”.

Hai votato in queste elezioni per il rinnovo dei vertici dell’Ordine?

“No”.

Di quali giornalisti ha bisogno una democrazia avanzata?

“Di giornalisti che ragionino, che abbiano un buon bagaglio culturale e coraggiosi. Nel senso che non si mettano dietro ai potentati di turno. Che non scrivano quel che vuole l’editore. Non voglio stressare questo concetto oltre misura, ma credo che davvero sia importante ribadirlo: serve gente che pensi, che sia fuori dagli schemi e non dentro una gabbia, una scatola già precostituita dalla narrativa che ci vogliono a tutti i costi sottoporre per renderci uguali agli altri”. 

Fai una proposta forte per l’Ordine, per la sua modifica, il suo miglioramento o la sua riforma.

“In genere tendo a dare risposte quando so quello di cui parlo e in questo caso specifico non lo so veramente, ci dovrei pensare. È una bella sfida. Perché non si studia una proposta per rimettere mano all’Ordine? Io non saprei da dove cominciare. Ma le ipotesi sono due: o lo si riduce al nulla e si leva pure l’esame, oppure ne fai una cosa davvero seria”. 

È un po’ generico, spiegati. 

“Facciamo un esempio: in America non c’è l’Ordine”. 

Se è per questo neanche in Francia, così come in gran parte del mondo occidentale. Per esercitare basta un tesserino d’appartenenza, valido finché si vive del mestiere. Quando non lo si fa più, non si è più giornalisti.

“Infatti. Però negli Stati Uniti c’è una cosa molti interessante che ha davvero una funzione critica nei confronti del giornale e che si chiama Columbia Journalism Review, che altro non è che la rivista di settore di Columbia, ma che è anche la voce più rispettata sulla critica della stampa e dà forma alle idee che rendono i leader dei media e i giornalisti più attenti, sensibili e coscienziosi nel modo di fare il loro lavoro”.

Ebbene?

“Lo dico perché ho frequentato Columbia vincendo una borsa di studio dopo aver vissuto a Londra otto anni e aver studiato Storia alla School of Oriental and African Studies. Ebbene, torno a Roma e poi vado a La Stampa di Torino, dopo esser passato per L’Espresso, e dato vita a un mio sito che è diventato una realtà nel panorama informativo. Bene, vado all’Ordine e racconto la mia esperienza e che ho fatto la scuola di giornalismo della Columbia, quindi chiedo: posso accedere all’esame da professionista? Mi dicono di no perché la scuola non è riconosciuta dall’Ordine. Ma è la Columbia, faccio io, l’ha fondata Pulitzer. No, non puoi…”.

Mi sembra normale…

“Certo, ma quel che voglio dire è che per questo motivo non sono professionista, sono semplicemente un pubblicista che dirige una testata giornalistica. Un po’ come la Gabanelli. Potrei fare il praticantato, firmandomi l’autorizzazione e autocertifcandomelo alla fine dei diciotto mesi. Oppure dovrei fare una scuola italiana di giornalismo, ma anche no, grazie, e poi fare l’esame. Preferisco restare pubblicista”. 

Un giornalista che fa il portavoce è compatibile o dovrebbe autosospendersi?

“Detto che non ho la risposta, è opportuno che siano tutti e tre dentro lo stesso recinto: giornalista, portavoce, comunicatore? Il portavoce porta la voce del potere. Il comunicatore comunica gli interessi delle aziende. Io penso che il giornalista sia invece quello che al potere dovrebbe fare le pulci. Azzardo un parallelismo: così come il Pm è l’accusa, l’avvocato è la difesa. Due interessi divergenti. Quindi pur avendo fatto gli stessi studi e percorsi più o meno simili, hanno poi preso strade diverse e hanno anche appartenenze diverse e ruoli ben distinti. I magistrati hanno come riferimento il Csm, gli altri l’Ordine degli avvocati. Lo stesso discorso vale per chi fa il giudice e poi passa a fare l’avvocato, non è opportuno”. 

(nella foto, Giampaolo Pansa e Giulio Gambino)

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