di ELENA L. PASQUINI

All’inizio di febbraio sono partita per la Repubblica democratica del Congo, quando il racconto dei massacri che da decenni l’affliggono era affidato per lo più a poche righe, dove i morti erano quasi solo numeri di una macabra conta. L’uccisione di Luca Attanasio, Mustapha Milambo e Vittorio Iacovacci ci ha ricordato che lì c’è una guerra e ci sono persone, come loro, di cui scopriamo le storie sempre dopo. A raccontare dei fatti recenti, pochi inviati di grandi testate. A raccontare ciò che accadeva prima in Congo, come in molti luoghi dove i conflitti sono cronici, giornalisti che si battono nelle loro redazioni per dare spazio alle periferie del mondo. O che ci vanno, come me, da freelance.

Ho deciso un anno fa e ho raccolto una parte delle risorse necessarie, grazie a un progetto sostenuto da un crowdfunding, che ha subìto un rallentamento a causa dello scoppio della pandemia e della forzata posticipazione del mio viaggio. Con l’emergenza sanitaria che stiamo vivendo, l’attenzione, già poca prima, si è ridotta ulteriormente, e si è anche ridotta la capacità di spesa delle persone. Sono riuscita ad arrivare all’Est con un budget molto limitato.

ridotti all’osso

Sul campo, in terreni difficili e poco coperti, ci sono spesso i freelance a lavorare con risorse ridotte all’osso, investendo quasi sempre in prima persona. Assicurarsi un aggiornamento professionale adeguato è già un primo costo importante, ma indispensabile. Con la pandemia anche trovare un’assicurazione che copra le spese sanitarie o le emergenze in aree di crisi, è diventato ancora più complesso: le ho chiamate quasi tutte, quelle segnalate da organizzazioni come il Rory Peck Trust o il CPJ. Una soltanto è stata in grado di fornirmi assistenza.

Se vuoi spostarti in zone a maggior rischio devi avere sempre della liquidità a disposizione perché il budget – come nel mio caso – spesso inizia a lievitare: basta che cambino all’improvviso le condizioni di sicurezza di una zona per far schizzare il costo di una giornata di un autista, per fare un esempio.

Da freelance non hai una redazione da chiamare, una struttura che ti fornisce supporto. Non ci sarebbe stato nessun reportage senza l’aiuto di altri colleghi che conoscono la zona, che sono andati lì prima di me, che mi hanno fornito contatti. O senza il sostegno quotidiano di un gruppo di persone che ha seguito ogni mio passo e ogni spostamento, giorno per giorno. Ed è forse questa la parte migliore: contare su quella comunità di colleghi per cui ciò che importa è raccontare una storia, ancor prima di chi la racconta. Sono i colleghi a rendere possibile il lavoro di un freelance in aree critiche.

acqua alla gola

Pochi inviati e freelance sempre con l’acqua alla gola: il nodo resta quello delle scelte editoriali, di quanto venga considerato cruciale raccontare il mondo e quante risorse si vogliano investire. Non so ancora quale sarà l’esito di questo lavoro, e in Italia ho poche esperienze professionali, fortunate. Da molti anni mi muovo su un mercato, quello statunitense, dove i compensi non saranno forse da capogiro, ma consentono di occuparsi di esteri ad ogni livello – che sia per seguire un summit o una guerra – anche da freelance, di investire in formazione e sicurezza, di avere ciò che serve per tornare sul campo. E c’è un altro aspetto del giornalismo oltre oceano che vale la pena ricordare: nonostante trovare risorse sia sempre più difficile, la dinamicità di un sistema in cui ancora un po’ si spende per l’informazione di qualità, consente ai giornalisti di poter contare su forme innovative di pubblicazione e di produzione di reddito, dal membership journalism all’uso di piattaforme specializzate nella diffusione di contenuti a pagamento, o anche, più semplicemente, tentare di ottenere finanziamenti ad hoc da organizzazioni filantropiche.

Resta, quella dell’informazione internazionale, una nicchia. Anche all’estero. Ma non è vero che sono in pochi a coprire quello che accade fuori dai nostri confini. Sono in tanti, ma spesso fanno fatica a trovare spazi -tanto gli inviati nelle redazioni quanto i freelance. E c’è anche chi, pur di raccontare una storia che deve essere raccontata, è costretto a farlo gratis.   

(nella foto, Elena L. Pasquini in Afar, Etiopia)

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