di VITTORIO ROIDI
Il giornale radio moderno l’ha inventato Zavoli e noi con lui. Spieghiamo il quando, il noi e il come. Una storia entusiasmante.
La riforma Mammí, quella che cambió l’informazione italiana, arrivò nel 1975. Subito la Rai nominò i direttori delle testate. A quelle radiofoniche andarono Sergio Zavoli, Gustavo Selva e Mario Pinzauti. L’azienda prese una decisione imprevedibile: annunciò che ciascuno dei giornalisti avrebbe potuto indicare la propria testata (cosa che avvenne, con pochissime eccezioni). E noi scegliemmo Zavoli.
Noi eravamo Giovanni Mantovani, Luciano Ceschia, Pasquale Nonno, Giuseppe Lugato e il sottoscritto. Appartenevamo tutti al vecchio Gr, unico e glorioso, diretto da Vittorio Chesi. Andammo da Sergio e gli chiedemmo di prenderci in blocco. Volevamo lavorare insieme, se possibile alle edizioni del mattino, le più ascoltate e professionalmente rilevanti. Zavoli accettò e cosi nacque il Gr1.
L’idea vincente fu quella di spezzare i 30 minuti del giornale (ad esempio alle 8) in due parti. Dopo la sigla, il conduttore faceva partire il notiziario (10-12 minuti) al termine del quale si apriva la fase degli approfondimenti: collegamenti con corrispondenti e inviati, ma soprattutto interviste dal vivo.
Fu l’inizio di un giornalismo senza rete, immediato, che avrebbe lanciato informazioni buone per tutta la giornata. Pasquale Nonno che intervistava Giulio Andreotti o  Enrico Berlinguer o Craxi. Mantovani che  approfondiva i fatti del mondo con Ruggero Orlando da New York o magari con Demetrio Volcic da Mosca. Tutto dal vivo, senza domande preparate, senza pause, con il conduttore che interrompeva, legava, accelerava o rallentava. Un giornalismo che faceva un po’ tremare i polsi, perché erano anni terribili, e ogni giorno, ogni momento ci si trovava ad affrontare fatti e questioni che incidevano sulla vita del paese e spesso la laceravano. Giornali radio che ci impegnavano, anche perché sapevamo che al primo piano del palazzo di via del Babuino c’era in ascolto lui, Zavoli.
Il direttore aveva dato le prime idee la sera prima (riunione alle 18). Era arrivato alle 6 e aveva letto i testi delle notizie (delle edizioni delle 7 e poi delle 8). Ma poi noi andavamo a braccio e lui ci lasciava del tutto autonomi. Non veniva neppure in studio, neanche quando in diretta c’era il Presidente del Consiglio. “Bel lavoro, Vittorio”, ti diceva poi in redazione, anche se spesso qualcosa la segnalava. Da quel magistrale perfezionista che era.
E chi piú di lui conosceva e sapeva fare la radio? Chi piú di lui conosceva il valore delle parole, delle pause, e sapeva fare una domanda, senza leggere, senza arroganza, con voce pacata, sicura? Perché era bravo e da lui le osservazioni erano sempre utili e vi assicuro, sempre esatte. Lui che aveva fatto le prime radiocronache, che aveva registrato le voci sussurrate delle monache di clausura, che aveva realizzato interviste e documentari clamorosi, aveva creato una nuova informazione radiofonica. E noi con lui.
Piú tardi ciascuno andò per la sua strada. Lui sognava di portare quel giornalismo in tv. Noi lo sapevamo. Non glielo hanno consentito. Credo che gli sia rimasto un po’ nel cuore.
(nella foto, Sergio Zavoli)

3 Commenti

  1. Che bella storia e quanta semplicità nel raccontarla
    – magistralmente – con modestia, con passione, con il ritmo lieve (“in levare”) della storia quotidiana.

  2. Di quella scuola ho avuto modo di usufruire i pregi modellati sulla figura professionale di Vittorio Roidi,al Messaggero, di cui fu caporedattore, col sottoscritto suo vice.E poi amico di una vita.Alberto Giuliani

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