di VITTORIO ROIDI

Ancora un giornalista che tenta di passare dall’altra parte. La notizia che Ferruccio Sansa si candida nelle liste dem-5 stelle per diventare governatore della Liguria, provoca ammirazione e dispiacere. 

Da una parte il gesto è da apprezzare, è nobile, di uno che si vuole cimentare nella carriera pubblica, per migliorare le sorti della propria terra e del proprio paese. 

Dall’altra, scontenta chi crede che un giornalista bravo – anche alla serietà di Sansa si deve il successo del Fatto, l’unico quotidiano che sta facendo balzi in avanti in edicola – non debba mollare tutto e scavalcare il muro, tra l’altro in un‘epoca in cui c’è tanto bisogno di professionalità e di passione.

Sansa, quasi 52 anni e tre figli, ha già fatto un percorso di tutto rispetto: scuola di giornalismo di Milano, inizi al Messaggero, poi Repubblica,Il Secolo XIX, La Stampa, Il Fatto Quotidiano. Grande impegno sui temi dell’ambiente, dell’urbanistica. Carattere schivo, radicale. Ha raccontato i fatti e i misfatti del paese e della Liguria con spirito di indipendenza. “Il giornalista deve tracciare un limite invalicabile tra sé e il potere. Ho sempre cercato di coltivare la libertà e l’indipendenza dalla politica”. Lo ha scritto sul giornale che sta per lasciare. 

i limiti del ruolo

Perché lo fa? “Per varcare i limiti del ruolo di giornalista e provare a vedere se, dopo aver criticato le malefatte degli altri, sappiamo davvero costruire una Liguria e un’Italia migliori”. Non sarà facile battere Giovanni Toti. Ci vuole coraggio, voglia di spendersi, di mettersi in gioco. “Sanità, sicurezza, lavoro, parchi protetti”, bisogna provare a costruire quello che chiama il ”centrosinistra del futuro”.

Quanti ci hanno provato prima di lui?! Alcuni sinceri, desiderosi sul serio di cimentarsi e di cambiare le cose. Altri un po’ meno, solo vogliosi di toccare e usare il potere. L’elenco dei giornalisti che sono entrati in politica è lunghissimo. Da Mussolini a Spadolini, da Nenni, a D’Alema, da Fini a Gasparri, da Salvini a Minzolini, da Ferrara a Marrazzo, fino a Carelli, Cerno, Casalino, Mulé, Ruotolo.

La politica ha sempre preso molti suoi attori dalle professioni, dato che in Italia una scuola politica non esiste e neppure i partiti (come in passato fecero soprattutto quello democristiano e quello comunista) addestrano i giovani all’interesse e al governo della cosa pubblica. Oggi i candidati si scelgono attraverso i social, i computer, le piattaforme Rousseau. Non serve preparazione né attitudini specifiche. La visibilità e l’onestà di un giornalista possono tornare utili. Uno come Sansa potrebbe farcela. Anche Giovanni Toti, il suo prossimo avversario, era giornalista (Mediaset), lanciato da Berlusconi nell’agone politico: nel 2014 deputato europeo, nel 2015 presidente della Liguria con i voti del centrodestra. E’ stato direttore di Studio Aperto e di Rete 4. 

catturati dai partiti

La politica va così. Un giornalista, anche di medie capacità, se ha una sua visibilità ed è conosciuto dagli elettori, è frequente che venga catturato da un partito. Può darsi che sia affascinato dalla carriera pubblica, può darsi che voglia sinceramente servire la collettività. E’ secondario. Non è neppure detto che per essere eletto gli servano tanti soldi, visto che ci sono forze politiche che lo mettono in lista e lo sostengono. Ne sono prova le decine e decine di deputati e senatori 5 Stelle, entrati in Parlamento senza arte né parte. In Italia non è così difficile. Avvocati che fanno i presidenti del Consiglio (Giuseppe Conte). cardiologi che fanno i sindaci (Ignazio Marino). Quanti ministri dell’attuale governo avevano vera preparazione per svolgere quel ruolo? 

Piero Calamandrei sostenne che la “politica non è una professione”. E anche per questo nel nostro Parlamento sono dovuti andare a casa tanti personaggi di lungo corso che forse avrebbero potuto dare altri contributi al paese. Del resto il padre della Costituente sapeva bene che occorre soprattutto un’etica, una responsabilità, uno spirito di servizio. Vale per chi prima faceva il professore universitario, l’imprenditore, l’economista, il manager. 

Inutile discettare su quali uomini politici siano riusciti a centrare, almeno in minima parte, l’obiettivo che oggi si pone Ferruccio Sansa. Francesco Rutelli e Walter Veltroni sono riusciti a cambiare Roma? Se uno guarda l’Auditorium della Musica applaude, se allarga la visuale ai problemi e alla tristezza della capitale digrigna i denti. E pensa che Virginia Raggi, del tutto impreparata a fare il sindaco, non ha risolto un bel nulla, mentre i guai si aggravano.

Meno male che qualcuno vuole provarci, anche se le buone intenzioni poi non bastano per governare. Vedremo. “Prendetemi a ceffoni, se me li meriterò” ha detto Sansa prima di salutare i colleghi. Magari vince e poi riesce a sconfiggere la cementificazione della costa ligure, contro la quale molto ha scritto sui giornali dove ha lavorato. 

Con un’annotazione finale, però. Molti giornalisti, dopo un periodo di servizio in politica sono tornati indietro, con in petto una forte dose di delusione (ricordo solo Sandra Bonsanti e Vittorio Emiliani). E dopo non può essere come prima. Mentre gli altri professionisti possono tornare tranquillamente al proprio mestiere, per i giornalisti non è così. Perché l’indipendenza intellettuale non è un bene facile da riprendere. Chi ci rinuncia e va a combattere sotto una bandiera, poi non può dire: eccomi qua, libero e autonomo com’ero prima, perché l’etichetta gli resta appiccicata. Nel giornalismo professionale, quello serio, conta la credibilità. Chi vi rinuncia, sia pure per una splendida idea della politica è difficile, forse impossibile, che poi la recuperi. Auguri Sansa.

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