(A.F.) Per quarant’anni Giulio Andreotti è stato un fedele abbonato all’Eco della stampa. Teneva d’occhio, attraverso i ritagli dei giornali che gli venivano recapitati nello studio di piazza in Lucina a Roma (nella caratteristica busta color carta da zucchero) tutte le recensioni dei propri libri e le vignette che lo riguardavano. Bettino Craxi, invece, con il democristiano Gava, il liberale Altissimo e quasi tutti i segretari di partito degli anni Ottanta preferiva il servizio della società concorrente, Data Stampa. Un giorno, il segretario socialista si lamentò con il titolare di quest’ultima perché, nel compilare la rassegna degli articoli, era stata usata una carta di una grammatura più bassa. Durante le sedute parlamentari, diceva, era solito prendere appunti sul retro dei fogli e la carta gli era parsa troppo leggera e trasparente, poco idonea all’uso. Tic, manie. 

Siamo nel bel mondo delle Rassegne stampa, articoli raggruppati per nomi, temi, argomenti, generi, parole-chiave da ricercare e trovate. Di cui fanno richiesta enti pubblici (Camera dei deputati in testa, Senato della Repubblica, ministeri), istituzioni locali (Regioni, Comuni, enti culturali, teatri stabili, Fondazioni, etc) e privati (grandi e piccole aziende) con lo scopo di facilitare e rendere più rapida la lettura dei giornali, consentendone una più mirata e selettiva per i gruppi dirigenti, funzionari e il personale tutto. Perché leggere anche un solo giornale è impegnativo, ci vuole del tempo. Figuriamoci se sono più d’uno…

Parliamo di un mercato che, allo stato attuale, oscilla tra i 40 e i 45 milioni, in cui il primo operatore ha un fatturato intorno ai 18 milioni l’anno, il secondo tra i 12-13, per arrivare a chi ne fattura 5.

un mercato da 45 milioni

Trenta, quarant’anni fa le società che si spartivano la torta erano non più di 6 o 7, ora sono 35. Vent’anni fa, nel 2001, il mercato si aggirava invece intorno ai 60 miliardi di lire, di cui 25 costituiti dalle rassegne “fai da te”, cioè compilazioni fatte in casa da uffici stampa interni. Gli altri 35 erano frutto di mercato “puro”, vero. E chi ha mosso commercialmente i suoi primi passi negli anni Ottanta, per esempio, per una decina d’anni non se l’è affatto passata bene. È solo dopo il 1992-1993, in seguito alle inchieste su Tangentopoli&dintorni, che è scoppiato il boom delle rassegne: aziende, società, enti e istituzioni, che avevano in ogni caso bisogno del servizio, data la crisi economica seguita alle inchieste e alla chiusura dei rubinetti del denaro pubblico, non potevano più sostenere le enormi spese per il mantenimento di uffici stampa in proprio e quindi hanno dovuto appaltare il servizio a  terzi specializzati.

 Con il tempo, però, la prassi delle rassegne ha finito con l’irritare gli editori di giornali e periodici, che considerano la loro compilazione e diffusione una forma di “concorrenza sleale”, con danno per la vendita dei giornali in edicola o per gli abbonamenti. L’accusa precisa è: “Violazione del diritto d’autore”. Tanto da chiedere la sospensione delle rassegna stampa e la condanna delle due principali società, Eco della stampa e Data Stampa, al risarcimento del danno (fine 2013). L’azione legale viene intrapresa da 58 imprese editoriali, in rappresentanza di oltre 430 testate. Ma prima ancora, con un ricorso al Tribunale di Roma le prime due società – L’Eco e Data – decidono di chiedere addirittura la sanzione “per comportamenti scorretti” nei confronti di Promopress Srl, ovvero la società alla quale nel luglio del 2012 la stessa Federazione degli editori, la Fieg, ha dato mandato di raccogliere i compensi dello sfruttamento dei diritti di riproduzione. Tant’è che gli stessi editori hanno messo a punto una licenza denominata “Ars” ,che però le due società non hanno mai adottato e riconosciuto, sottraendosi all’accordo.

Il tira e molla è lungo. Risale addirittura al 1998, quando vengono presentate numerose proposte di legge per riconoscere un compenso agli editori in relazione alla produzione delle rassegne. Ma nessuna di queste proposte viene mai approvata dal Parlamento. Eppure, a sentire i diretti interessati, il settore che produce le rassegne si è dichiarato “sempre disponibile a istituire quel compenso”, purché nell’ambito di un “sistema concordato e avallato da un Garante pubblico”, come si può leggere in una inserzione pubblicitaria a pagamento di AssoRassegne Stampa, l’Associazione nazionale che raggruppa le principali agenzie che sfornano il prodotto, apparsa a pagina 24 de “Il Sole 24 Ore” il 23 ottobre 2013. AssoRassegne sostiene che un‘eventuale legge avrebbe “obbligato” le parti a trovare un accordo e che, in assenza, “il Governo avrebbe invece deciso misura e modalità del compenso”. Che, sempre AssoRassegne, indica in una percentuale ”iniziale del 4% (poi crescente sino all’8%)“ da suddividere “in rapporto al numero degli articoli tratti da ciascuna testata e quindi a favore di tutti gli editori italiani”. In pratica, i 2.600 rappresentati dalle sigle Anes, Fieg, Fsc, Mediacoop, Uspi, “superando così – chiosa l’inserzione pubblicitaria su “Il Sole” –  la frattura che divide anche gli editori, creata dall’iniziativa Promopress, a cui aderiscono solo 44 (grandi, ma pur sempre solo 44) dei 118 associati Fieg”.

tutte le intese naufragano

AssoRassegne aveva presentato questa proposta addirittura nelle mani di Giovanni Legnini, il sottosegretario all’Editoria dell’epoca, oltreché in quelle delle associazioni di categoria più sopra menzionate. Quanto agli eventuali raccoglitori della percentuale di accordo per i compensi che sarebbero maturate, “massima libertà per ciascun editore di indicare un proprio collettore”, propone AssoRassegne Stampa, precisando che le società abilitate potranno anche essere “sia Promopress sia altri che nasceranno, ma anche la stessa Siae per quegli Editori che vi si iscrivessero”. Nessuna preclusione e massima apertura, quindi. Risultato?

 Dal 1998 al 2013 sono passati 15 anni e la legge non è mai stata approvata. La proposta avanzata da AssoRassegne è ora un accordo “semplice, di sole due pagine” da sottoscrivere davanti al Sottosegretario di Stato, “un’intesa possibile, basta volerlo”, si legge sempre nell’inserzione sul quotidiano confindustriale e datata anno 2013. Ma l’intesa naufraga. La Fieg si sottrae nuovamente all’accordo. E il motivo è tutt’altro che comprensibile. Perché non accettare  un importo a carattere forfettario, ma certo, quale forma di rimborso – equamente ripartito – dalle società fornitrici delle rassegne agli editori come compensazione della mancata vendita delle copie dei loro giornali, anziché nulla?

 Se non proprio un’attività “pirata”, le rassegne stampa vengono infatti considerate dai proprietari di giornali come un elemento di disturbo e di turbativa del mercato editoriale. Lo dimostrano le tante denunce legali che si sono susseguite negli anni da parte degli editori e una vertenza che dal 1998 non s’è ancora chiusa.

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