(A.F.) ”Un mestiere finito. Dequalificato. Asservito: ai partiti, ai potentati economici, alla pubblicità. Burocratizzato. Senza più prestigio né credibilità. Malpagato”. È l’incipit de Il giornalista, breve saggio scritto da Miriam Mafai, edito da Laterza e a cura di Corrado Stajano, dato alle stampe nel 1986 e ripubblicato nel 2016 per i tipi Ensamble Pamphlet. Un libriccino di 60 pagine di trentaquattro anni fa. Sembra una fotografia di oggi. Dopo l’avvitamento della professione per l’introduzione massiccia delle nuove tecnologie, la concorrenza e l’antagonismo con la tv, per la crisi della carta stampata, le scarse vendite, i ripetuti stati di crisi, i ciclici prepensionamenti forzosi, l’irruzione dei social network.

Mafai, rievoca quelli che furono gli anni d’oro  del giornalismo. Di quando lei – funzionaria del Pci – guadagnava 20.000 lire e “un buon inviato del Corriere della Sera, della Stampa o del Messaggero guadagnava attorno alle 250.000 lire al mese”. E di come si entrava nei giornali (“conoscendo qualcuno”) per ricordare poi quello che una volta si chiamava “il biondino di redazione”, cioè “un giovanotto che essendo riuscito in qualche modo a sgusciare dentro, a furia di comprare le sigarette per i più vecchi, portare le agenzie, correggere le bozze, alla fine imparava il mestiere. A un certo punto infatti si metteva anche lui al tavolo e scriveva una notizia. Allora qualcuno gridava al miracolo, il ‘biondino’ veniva assunto ed entrava a far parte della famiglia”.

C’era una volta il “biondino”

Il “biondino” era il classico volontario, abusivo o precario che fosse. Oggi i precari sono figure più o meno “stabilizzate” a 1.000, 1.200, 1.500 euro al mese, a seconda della redazione e della testata, come ci ha spiegato Lazzaro Pappagallo, segretario dell’Associazione Stampa Romana. E dopo le frequenti ispezioni a campione dell’Inpgi, nelle redazioni di cosiddetti “abusivi” non ne esistono quasi più, tenuti adeguatamente lontani o nascosti, oppure fatti sparire al momento opportuno. Dalla fine degli anni Novanta, inizi Duemila, esistono per lo più collaboratori esterni e freelance, pur tuttavia in ogni caso sempre precari. Freelance per scelta o per necessità o per mancanza di alternative.

La loro stagione ha inizio tra la metà degli anni Novanta e il Duemila. Non manca anche chi lascia posti da inviato o da caporedattore optando per la libera professione. Le cose delle quali occuparsi non mancano. E c’è pure la possibilità di guadagnare meglio che non stando al chiodo in redazione, anche con incarichi di prestigio.

Così dopo circa un decennio di sperimentazione, i freelance, nel lontano 2005, diventano uno dei temi centrali della discussione contrattuale, inseriti a pieno titolo nella piattaforma presentata agli editori. Il nuovo lessico sindacale per alcuni anni si avvale di una nuova terminologia, quella del “lavoro autonomo”, con l’intento di dover provvedere al più presto per coloro i quali sono fuori dalle redazioni. Se ne discute molto ma si agisce poco mentre il mercato cambia, meglio: degenera. Dalla stagione dell’abusivismo si passa direttamente a quella dell’abuso, con riduzioni progressive e d’ufficio dei compensi per il lavoro concordato e svolto. L’editoria sembra sia l’unico settore del mercato del lavoro dove questo avviene così, d’emblée, senza colpo ferire e anche senza preavviso.

Anche la Federazione della stampa sembra avvitarsi in un discussione interna. Senza prendere iniziative a tutela di chi chiede di esser protetto o di essere aiutato, anche solo a farsi pagare. Con regolarità. In tempo. Eppure, forse, sarebbero sufficienti poche cose. Un organismo unitario e di base che rappresentasse i freelance, la cui costituzione per altro viene persino approvata nel 2004 dal congresso della Fnsi di Saint Vincent.

era il 3 maggio 2007

Trascorrono più o meno tre anni e il 3 maggio 2007 il segretario nazionale della Fnsi dell’epoca, Paolo Serventi Longhi, dà il via alla procedura che dovrebbe portare alla costituzione dell’Organismo di Base dei Freelance. Ma al Consiglio nazionale successivo, di giugno, la questione sparisce dai radar, dall’agenda e dalla discussione. In parte pure per la contrarietà di alcuni membri del Consiglio nazionale d’inserirla nell’odg. Poi, come si sa, nel 2012 sono state varate per legge le norme sull’”equo compenso” e nel 2014 è stato steso il regolamento che fissa gli importi per i lavoratori autonomi, che sono però nella sostanza largamente diversi rispetto alle linee guida messe a punto dall’Usgf, ovvero l’Unione Sindacale Giornalisti Freelance, nel luglio 2013, cioè un anno prima dell’entrata in vigore. Ma sull’equo compenso esistono tra le categorie professionali delle posizioni diverse, diversificate e anche “estreme”, se è vero che persino la Commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche sembra non voler riconoscere ai professionisti suoi consulenti “alcuna stipula di un rapporto contrattuale”, quindi proprio di un compenso minimo, per cui il lavoro risulterebbe così gratuito e privo di alcuna remunerazione.

Per i giornalisti, è seguito il ricorso sull’equo compenso presentato congiuntamente al Tar del Lazio dalle Associazioni Stampa Siciliana e Stampa Romana. Il 21 marzo 2019 il ricorso è stato accolto favorevolmente dal Tribunale amministrativo regionale, che ha anche fissato un tempo necessario e sufficiente per poter convocare la Commissione mista per la valutazione del caso. La Commissione s’è poi insediata lo scorso 4 dicembre presso il Dipartimento editoria della presidenza del Consiglio e ne fanno parte un rappresentante del ministero del Lavoro e un altro del dicastero dello Sviluppo economico, quindi degli editori (Fieg), della Federazione della stampa (Fnsi) e del consiglio nazionale dell’Ordine professionale (OdG), oltre a un esponente dell’Inpgi, l’istituto di previdenza dei giornalisti.

La legge che istituisce la Commissione mista (n. 233/2012) prevede infatti che entro due mesi dal suo insediamento essa valuti le prassi retributive di quotidiani e periodici, e proprio il 3 marzo s’è tenuta la seconda riunione presso il governo. Di fatto la sentenza del Tar ha finito con il riaprire la partita per poter ridiscutere condizioni, parametri e tariffe del cosiddetto equo compenso. In una dichiarazione, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega all’informazione e all’editoria s’è detto convinto che la Commissione “possa giungere entro tempi ragionevoli a questo risultato, perché la dignità del lavoro giornalistico e la qualità dell’informazione si difendono in concreto anche riconoscendo a tutti i giornalisti un giusto compenso per il proprio lavoro”. 

“Ti ricordi i bei tempi?”. È l’abbrivio del secondo capoverso del libro scritto da Miriam Mafai, nel quale la giornalista raccontava i sospiri di un collega suo coetaneo nel ricordare di “quando cenavamo nei migliori ristoranti di Roma e si ballava fino a notte tarda. Cambiavamo macchina quando ne avevamo voglia e non eravamo obbligati ad andare in redazione. I nostri stipendi erano stipendi veri, da professionisti”. Negli anni, l’erosione ha progredito. Sia per i garantiti e, tanto più, per quanti non lo sono mai stati. 

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