(A.G.) Perché John Elkann ha comprato la maggioranza di Gedi, vale a dire Repubblica, Espresso, Stampa, Secolo XIX e 13 giornali locali? Ottimo il prezzo, certo, circa 102 milioni di euro per quei gioiellini del giornalismo italiano, poco meno di quanto è costato Cristiano Ronaldo alla Juventus.

Un affare, quindi, ma per fare cosa?

Per ora possiamo prendere in esame soltanto le prime dichiarazioni e le prime due mosse. Una di queste mosse ha avuto il sapore di un passo poco meditato. Nei corridoi delle redazioni entrate nei possedimenti di Elkann c’è grande incertezza e quindi preoccupazione.

Le prime dichiarazioni significative sono di Maurizio Scanavino, uomo di fiducia di Elkann appena nominato direttore generale Gedi: “L’informazione digitale a pagamento sarà la nostra principale sfida”. L’occhio è al caso di successo del New York Times, ma anche al gruppo svedese Bonnier e agli svizzeri di Tamedia che hanno superato i 300 mila abbonati digitali, mentre Le Monde ha annunciato la scorsa settimana la previsione di arrivare a quota 230 mila a fine anno. I quotidiani del gruppo Gedi -invece- hanno solo superato i 100 mila abbonati digitali. “Dobbiamo puntare a raddoppiarli nei prossimi mesi, facendo leva sul grande potenziale delle nostre testate. Repubblica ha superato i 3 milioni di audience complessiva nel giorno medio e ha una community di quasi 7 milioni di fan, mentre La Stampa ne conta 1,1 milioni con 2,5 milioni di fan». Si può pensare a una sfida di Elkann nel mondo dell’editoria internazionale, dove già nel 2015 entrò con un’acquisizione di alto livello: azioni di maggioranza del settimanale inglese The Economist.

un amico fedele al comando

La prima mossa è stata la nomina di Scanavino. Niente di clamoroso, Scanavino per Elkann è uomo fedele, un amico, fatti salvi i livelli diversi in società.

La seconda mossa riguarda la Stampa, vale a dire il giornale che era sempre stato di famiglia, da Gianni Agnelli fino a John Elkann, detto Jaki. La Stampa chiuderà il 2019 con un leggero attivo di bilancio, non per le vendite, sempre in difficoltà, ma grazie ai più recenti tagli e misure: cancellato l’aggiornamento professionale per i redattori, ridotti gli stipendi, articoli dei giornalisti del quotidiano di Torino a disposizione dei tredici quotidiani locali del gruppo. Eppure, poco prima di Natale, il comitato di redazione è stato convocato da Marco Moroni, amministratore delegato dei giornali del gruppo Gedi (meno Repubblica), nominato a marzo dalla gestione dei fratelli De Benedetti. Alla Stampa, dopo alcune tornate di prepensionamenti sono rimasti 180 giornalisti. Per loro, Moroni ha proposto al cdr 20 nuovi prepensionamenti, cassa integrazione a rotazione, riduzioni dello stipendio fra i 250 e i 500 euro netti. Era ferita freschissima la notizia del milione e 950mila euro consegnati a Laura Cioli, amministratore delegato Gedi, come buonuscita, dopo appena 18 mesi di lavoro.

Si è svolta un’assemblea poco burrascosa nella redazione della Stampa. Poco burrascosa perché non c’era da discutere o da scontrarsi, accordo quasi generale. Il progetto è stato ritenuto “irricevibile”. E con questo mandato il cdr è tornato da Moroni. Risultato: una ritirata dell’azienda. O almeno così appare, dato che la nuova convocazione del sindacato dei giornalisti è per metà gennaio, senza al momento nessuna minaccia di prenotare i nuovi prepensionamenti varati dal governo Conte 2, né di avviare la cassa integrazione utile ai prepensionamenti stessi. Tutti gli editori – Caltagirone in testa, il “maestro” dell’utilizzo di questa misura- stanno per presentare le richieste, una specie di corsa a ristrutturare le aziende, ancora una volta a spese dei cittadini e dell’Inpgi. Con lo spostamento degli incontri con il cdr, la Stampa sembrerebbe aver rinunciato.

il mistero del passo falso

Al tavolo delle trattative sedeva, piuttosto silente, anche Maurizio Scanavino, nuovo direttore generale di Gedi. E’ lui -si può ipotizzare- il consigliere della retromarcia rispetto al piano draconiano illustrato al cdr della Stampa. Un piano progettato dalla precedente proprietà che non è stato bloccato per tempo? In ogni caso, non sarebbe stato producente, per Jaki Elkann, cominciare il lavoro in Gedi con proteste, denunce, scioperi dei giornalisti. Quel che c’è da capire è se Elkann vuole lottare per un giornalismo di qualità in Italia al fianco dei suoi giornalisti o contro. In questa seconda ipotesi il modello sarebbe: poche firme ben pagate e redazione proletarizzata.

Tagli a parte, proposti e per ora ritirati, i giornalisti del gruppo, nuovi dipendenti di Elkann, adesso aspettano un Piano. Un Piano per aumentare verticalmente gli abbonamenti ai siti web. La lezione dei giornali verso cui guarda Elkann parla di qualità: i lettori di fascia alta si abbonano a un sito perché lì trovano notizie e analisi che suscitano interesse o di cui hanno bisogno.

Dopo l’apparente passo falso alla Stampa il prossimo terreno del nuovo padrone di Gedi sarà Repubblica. L’attuale direttore, Carlo Verdelli, al posto di comando dal febbraio 2019, ha tenuto il giornale in equilibrio rispetto all’anno precedente, soprattutto nel periodo della crisi del governo Salvini-Di Maio. Non è riuscito tuttavia nell’impresa, quasi impossibile, di arrestare l’emorragia di copie.

la filiera del fondatore

Verdelli, in qualche modo, fa parte della filiera che discende dal Fondatore Scalfari e passa per Ezio Mauro e Mario Calabresi. Collocazione a sinistra, faccia quartieri alti. Fa parte di quella filiera anche Marco Damilano, direttore dell’Espresso (venduto la domenica in “panino” con il quotidiano). Proprio Scalfari, nel consueto articolo di fondo domenica 22 dicembre, elencando le personalità su cui l’Italia dovrebbe basarsi “per riacquistare le forze” e “diventare un Paese di marca europea”, fra Draghi, Landini, Veltroni e la Bonino, ha citato Verdelli e Damilano. Come a dire: non si tocchino codesti due!

Proprio perciò, per dare il segno della discontinuità, Elkann può essere tentato dal toccarli. Il candidato di cui si parla per la rottura con la tradizione per ora è Maurizio Molinari, attuale direttore della Stampa, grande esperto di esteri, vicino agli Stati Uniti e ad Israele, due paesi dove è stato corrispondente della stessa Stampa. Atlantista, partecipante alle riunioni del Gruppo Bildeberg e membro della Commissione Trilaterale, consessi di politici, banchieri e finanzieri fra i più potenti del mondo. Professionista di valore, ma nome davvero alieno rispetto all’albero genealogico di Repubblica.

Si attendono i prossimi passi. Veri o falsi che siano.

(nella foto, Maurizio Molinari e John Elkann)

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