di GIAMPIERO GRAMAGLIA

La Cina non ha rinnovato l’accredito al corrispondente del Wall Street Journal che, a fine luglio, insieme a un collega australiano, aveva raccontato i maneggi e le disavventure finanziarie e giudiziarie di Ming Chai, cugino del presidente a vita cinese Xi Jinping. Ming, che sta in Australia, è un giocatore d’azzardo d’alto bordo, sospettato di riciclaggio di denaro sporco.
Il giornalista Chun Han Wong, un cittadino di Singapore, era accreditato in Cina per il Wall Street Journal dal 2014. Copriva la politica cinese dall’ufficio di corrispondenza di Pechino. L’accredito scadeva a fine agosto e non gli è stato rinnovato, ufficialmente senza spiegazioni. Ma la stampa Usa mette la decisione delle autorità cinesi in relazione all’articolo pubblicato il mese scorso su Ming.
In Cina le vicende personali dei leader sono trattate con molta discrezione, almeno fino a quando essi non finiscono in disgrazia o non vengono trascinati in giudizio per corruzione. Sciorinare in pubblico i panni sporchi della famiglia Xi è inaccettabile per un regime a bassa tolleranza per la libertà di espressione – le vicende di Hong Kong lo dimostrano – e di stampa.

Una mossa che non stupisce

La mossa di Pechino nei confronti di Wong irrita, ma non stupisce: le autorità cinesi non si fanno scrupolo di violare i diritti fondamentali dei loro cittadini e degli stranieri ospiti. Anzi, cavarsela con un visto negato può anche fare tirare un sospiro di sollievo. Del resto, lo sport di prendersela con i giornalisti scomodi non è prerogativa di autoritarismi alla cinese e autocrazie alla russa (i cui modi spicci, per altro, arrivano all’eliminazione di cronisti coraggiosi). Anche i populismi d’America e di casa nostra mal tollerano le critiche: la Casa Bianca ha recentemente privato d’accredito corrispondenti non trumpiani osservanti (salvo poi doversi rimangiare il provvedimento, perché c’è un giudice a Washington’).
La Cina talvolta nega o sospende visti e accrediti a organi di stampa internazionali per punirli di quella che il Partito Comunista al potere percepisce come una copertura sfavorevole. Anche se è raro che vengano colpite testate di rilievo mondiale come il Wall Street Journal. Chun è uno dei due autori dell’inchiesta con cui il 30 luglio il Wall Street Journal, citando fonti delle indagini, aveva raccontato che le autorità australiane stanno vagliando le attività di Ming, cittadino australiano, nell’ambito di un’ampia indagine sulla criminalità organizzata e sul riciclaggio di denaro. La polizia sta verificando il presunto uso da parte di Ming nel 2007 di quella che viene descritta come una società di copertura per il riciclaggio: società che avrebbe aiutato giocatori d’azzardo e presunti criminali a spostare fondi fuori e dentro l’Australia. Gli investigatori stanno inoltre cercando di capire l’origine dei soldi usati da Ming nelle ricche scommesse al Crown Casino di Melbourne e le coperture delle sue faraminose spese nei resort di proprietà del magnate del gioco d’azzardo James Packer.

Arabi, tedeschi e giapponesi

La ‘disgrazia’ del corrispondente del Wall Street Journal non è un episodio: un precedente è quello della corrispondente di Al Jazira Melissa Chan, non più accetta dal 2012 a causa d’un documentario. Nel 1998 era già accaduto qualcosa d’analogo al giapponese Yukihisa Nekatsu, Yomiuri Shimbun, e al tedesco Juergen Kremb, der Spiegel, entrambi accusati d’avere avuto accesso “a segreti di Stato”.

Se hanno qualche remora a colpire i corrispondenti esteri, le autorità cinesi non si fanno scrupoli, invece, nel limitare la libertà di informazione e di espressione dei loro cittadini, agendo su Internet e sui social e penalizzando singoli individui. Su Affarinternazionali.it, Michele Valente ricorda alcuni dei casi più clamorosi. Tra le motivazioni del Nobel per la Pace nel 2010 all’attivista cinese Liù Xiaobo, scomparso nel 2017, c’era l’essere un “forte portavoce della battaglia per la diffusione dei diritti umani”, questione insoluta e drammatica oggi come allora in Cina.

Attivo nelle proteste di Piazza Tienanmen (1989), tragicamente represse, Liú ebbe una vita segnata dalla ‘persecuzione’ delle autorità cinesi che, nel 1996, lo condannarono a tre anni nei laogai, sistema di campi di lavoro forzato denunciati dal Congresso statunitense, dal Parlamento europeo e dal Bundestag tedesco e finalmente aboliti nel 2013.

Nel 2015, fu arrestato l’attivista Quin Yongmin, riformista e promotore della democrazia liberale, alla guida di Human Rights Watch China, incarcerato per “sovversione dell’ordine statale” e successivamente condannato a 13 anni di reclusione. E le indagini condotte dall’intelligence stanno portando all’arresto di intellettuali e attivisti impegnati sul web nella difesa dei diritti umani e civili come Huang Qi (64tianwang.com), Liu Feiyue (Minsheng Guancha) e Zhen Jianghua (Network of Chinese Human Rights Defenders).

(nella foto Tom Zhou e Ming Chai, indagati nello scandalo del Crown Casino di Melbourne)