“Un museo? Forse, ma non solo. Questa è la mia redazione personale, un po’ il sogno di tutti i giornalisti. Cimeli e ricordi, ma anche arte, dialogo, amicizia e cronaca di tutti i giorni”.

Nino Materi, nato a Potenza, inizia a scrivere da giovanissimo sul settimanale Cronache Lucane, prima di trasferirsi a Milano per frequentare la Scuola di Giornalismo Ifg, oggi dedicata a Tobagi. Entrato al Giornale da stagista, nel 1990 viene assunto da Indro Montanelli. Un decennio alla cronaca milanese, poi al nazionale. A luglio 2025, come tanti della sua generazione, è andato in pre-pensionamento dopo trentacinque anni di carriera. Ma la passione per il giornalismo non va mai in congedo. Ed ecco l’idea di “Redazione”, all’angolo fra nostalgia e futuro. Un’ex libreria di via Scutari 5, piccola traversa della multietnica via Padova, nel capoluogo lombardo, trasformata in un presidio originale e su misura. 

Due ambienti: il primo piano è un “regno del cronista”, con attrezzi del mestiere, archivi, locandine, libri, prime edizioni di quotidiani e riviste. Il secondo è una sorta di atelier con cataloghi, quadri e le opere di Materi, artista per diletto. Dipinti a tema comunicazione. “Il termine museo mi sta bene -spiega il fondatore- purché sia inserito in una logica dinamica. Qui si fa davvero cronaca”.

In che modo?

“Pubblico un piccolo foglio artigianale e gratuito, senza cadenza fissa, sulle questioni, i problemi e le iniziative del quartiere, raccogliendo anche notizie e suggerimenti dai residenti. Dico artigianale nel vero senso della parola: ho comprato un telaio con tutti i caratteri tipografici e l’inchiostro. Ogni volta applico i miei articoli e li stampo. In questi mesi, ad esempio, abbiamo raccontato il problema dei rifiuti ingombranti lasciati sui marciapiedi e quello dei parcheggi selvaggi di monopattini e biciclette, un vero disagio per gli abitanti di questa zona complessa e affollata”.

Insomma, è tornato al ciclostile.

“Sì, per testimoniare -senza intenti reazionari, ma semmai sentimentali- l’importanza di un giornalismo basato sui rapporti interpersonali e sul contatto diretto con le fonti e la realtà. Dal canto mio, ho avuto il privilegio di vivere diverse epoche del giornalismo: ho iniziato con gli enormi videoterminali e ho finito con gli articoli inviati dal cellulare. Questo mestiere si sta ‘spersonalizzando’, vive quasi solo sui social, la Rete e l’AI. Strumenti utilissimi, ma solo se usati in modo congruo. E io allora mi sono costruito la mia piccola redazione, dove chiunque può venirmi a trovare, guardare, dare un parere”.

E poi ci sono gli oggetti, la storia di una professione che, inevitabilmente, ha un grande passato da raccontare.

“Molte persone, guardando la vetrina, credono si tratti di una bottega di antiquariato. Chiedono il prezzo delle cose esposte, ma io non vendo niente, semmai ci rimetto. Qui è tutto autofinanziato. È il mio hobby, la mia collezione, la mia vita. Una volta un passante si è innamorato di una vecchia locandina di Marilyn Monroe, e io gliel’ho regalata. Poco dopo è tornato con un libro in dono. Anche lo scambio è un ingrediente di questo posto”.

La raccolta cartacea cosa contiene?

“Di tutto. Ci sono diverse pagine storiche e prime edizioni molto rare. La prima di Repubblica, ma anche quella di Reporter, il giornale fondato da Enrico Deaglio nel 1985 e chiuso dopo solo un anno. C’è la prima copia dell’Occhio, il ‘tabloid all’italiana’ di Maurizio Costanzo, anch’esso di breve durata. E alcuni numeri de La Notte di Nino Nutrizio e del Corriere d’informazione. Ci sono tutti gli articoli che ho scritto per il Giornale dal 1989 al 2025: una cartellina per ogni anno. Li ritagliavo uno a uno volta per volta”.

Una sezione è dedicata alle macchine da scrivere…

“Sì, ne ho diversi esemplari. Raccontano l’evoluzione dell’azienda Olivetti e, in filigrana, della professione e del design italiano. Ovviamente non manca la mitica ‘Lettera 22’, il modello usato da Montanelli, simbolo del Made in Italy. La famiglia Olivetti aveva un approccio visionario, oltre ad essere stata antesignana del welfare aziendale”.

Dalle pareti traspare anche un grande interesse per il cinema.

“Il giornalismo è al centro di film memorabili. Per questo espongo Dvd e locandine originali di tutti i titoli più importanti: ‘Quarto potere’, ‘Quinto potere’, ‘Cronisti d’assalto’, ‘Professione reporter’, ‘Tutti gli uomini del presidente’ e ‘L’ultima minaccia’, quello della leggendaria frase ‘è la stampa, bellezza!’. Fino a ‘L’asso nella manica’, dove Kirk Douglas è un cronista senza scrupoli che preferisce lasciare un minatore intrappolato nella roccia pur di far crescere il clamore e la notizia”.

Il pezzo più prezioso del “museo”?

“Un ‘Newspaper Box’ americano, i vecchi distributori automatici di giornali. In Italia sono fra i pochissimi ad averne uno. È autentico, degli anni ’50, firmato Washington Post. Si inseriva la monetina e si apriva lo sportello con la pila di giornali. In teoria l’acquirente poteva anche prendersi tutte le copie, ma non lo faceva mai. Per questo veniva chiamato anche ‘honesty box’, scatola dell’onestà. All’epoca negli Stati Uniti erano diffusissimi, l’80% dei quotidiani passava da qui. In Europa, invece, si affermò da subito la cultura delle edicole”.

In vetrina c’è un grande ritratto di Montanelli.

“È l’icona della Redazione. Era nella stanza di Mario Cervi, co-autore della collana sulla storia d’Italia ed ex Direttore del Giornale. Una volta scrissi un pezzo che gli piacque particolarmente, allora lui mi chiamò nel suo ufficio e mi disse: ‘Questo quadro da oggi è tuo’. Per me fu una soddisfazione immensa”.

Cosa ricorda di Montanelli?

“Un aneddoto su tutti. Primi anni ’90. Da giovane e inesperto redattore firmai un pezzo molto critico –fin troppo– sullo scrittore Aldo Busi, il quale mandò una lettera furente a Montanelli. La sera venni a sapere che Indro avrebbe risposto personalmente a Busi nella sua rubrica ‘La stanza’, lo spazio più letto del giornale. Ero terrorizzato. E se il direttore mi avesse biasimato pubblicamente? La mia carriera poteva finire ancor prima di iniziare. Dopo una notte insonne, alle 4 del mattino mi precipitai tremante in un’edicola di Corso Buenos Aires. Lì scoprii che Montanelli non solo mi aveva difeso, ma aveva rincarato la dose contro il ‘permaloso’ letterato. Quel giorno mi resi conto della grandezza del mio Direttore, sempre pronto a schierarsi con la sua redazione”.

Però lei non fu fra coloro che lo seguirono a La voce nel 1994, dopo la rottura con Berlusconi…

“In realtà stavo per farlo. Ero stato chiamato a partecipare alla nuova avventura, peraltro con una proposta allettante: uno stipendio di tre milioni di lire al mese, quando ne guadagnavo due. L’intera operazione editoriale si basava su salari più alti della media. La sera prima della firma, però, un caro amico e collega mi mise in guardia: ‘Da mie fonti so che non durerà, è un azzardo economico e manca la liquidità’. Lo ascoltai: l’indomani mattina non mi presentai alla firma e rimasi al Giornale. Ecco la seconda notte più importante della mia carriera”.

Poi il Giornale fu affidato a Vittorio Feltri.

“Un uomo geniale, pungente, ironico. È stato nostro Direttore più volte, in questo giro continuo -e francamente esagerato- dei quotidiani conservatori. Conoscendo la mia passione per l’arte, una volta mi chiese di dipingergli un quadro sull’ippica, visto il suo interesse per i cavalli da corsa. Dopo la consegna, mi scrisse una lettera indimenticabile: ‘Devi decidere se vuoi essere un giornalista o un artista. Perché come giornalista sei un ottimo pittore, mentre come pittore sei un bravissimo giornalista’. Mi affossò con grazia su entrambi i fronti”.

Ora fa sia il giornalista che l’artista, ma fuori dal sistema…

“Proprio così. Non sono più in una struttura editoriale, e questo mi rende più libero, mi consente di agire a modo mio, di recuperare il senso originario della professione, senza frenesia. Andare sul posto, vedere e scrivere: la sublimazione della passione giornalistica. Questo, ripeto, si sta un po’ perdendo. Ecco perché sono qua, nella mia piccola Redazione di una stradina milanese: racconto quello che eravamo e quello che, ne sono sicuro, possiamo ancora essere”. 

(nella foto, Nino Materi, davanti alla sua Redazione)

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