Una foto degli scontri di Torino dello scorso gennaio, diffusa dalla Polizia, rilanciata dall’Ansa, pubblicata da tutti i principali quotidiani. Andrea Zitelli di Facta si prende la briga di verificarla e scopre che diversi elementi non combaciano con i filmati che pure circolano online e in tv: insomma, è un’immagine modificata con l’AI. Dopo qualche giorno, la Polizia fa sapere che era “stata scelta tra quelle più virali circolate nel web in quei giorni” e “in alcun modo generata o alterata dalla Polizia di Stato”. Intanto, i lettori si sono trovati di fronte a una foto “né completamente falsa, ma neanche un documento fedele”, avallata da tutta la catena dell’informazione. 

verosimiglianza al centro

È la verosimiglianza, tema su cui si concentra il Rapporto 2026 dell’Osservatorio giornalismo digitale del Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti, presentato a Roma nella sede di Via Sommacampagna il 10 giugno. Il documento raccoglie interventi –fra gli altri– della direttrice del Guardian Katharine Viner, del sociologo Manuel Castells, del  filosofo Luciano Floridi, dei docenti universitari Davide Bennato e Walter Quattrociocchi, dei giornalisti Luca De Biase, Marco Pratellesi e Lelio Simi, della presidente della Commissione cultura dell’Ordine Elena Golino e dell’avvocata Deborah Bianchi, alcuni di loro presenti a Roma per discutere un’idea: a salvare l’informazione sarà il metodo giornalistico.

solo un settimo

Per Pratellesi (ex Agi, Corriere della Sera, L’Espresso) bisogna anzitutto fare i conti con gli elementi che caratterizzano oggi quello che lui chiama il “nuovo ordine mondiale” informativo. “Già nel 2024 il traffico web prodotto dall’Intelligenza artificiale, dai chatbot, ha superato quello umano”, dice, riportando una serie di dati. E cita il caso di siti di news, dove il traffico complessivo aveva raggiunto circa sette volte quello realmente umano, falsando del tutto le medie: “Supponendo che in media un mio articolo sul sito sia letto 100 volte, è probabile che gli umani che l’hanno effettivamente letto siano solo un settimo di quel traffico”. L’altro dato forte è che: “È stato calcolato che 1 dollaro speso in AI sostituisce 33 dollari spesi in freelance”. 

pattern e alert

Una chiara svalutazione della categoria, dice Pratellesi, e il segnale che la scrittura in sé stia perdendo altrettanto valore. Eppure, una collaborazione tra AI e giornalista dovrebbe essere possibile, nel solco di quanto si tenta di fare negli Stati Uniti, sotto il profilo del “frame news”, la capacità di interrogare i dati, di estrapolare i pattern, i modelli, e di dare degli alert al giornalista, che lui verifica e conferma. Pratellesi ricorda, con il Covid, quando in Europa si rincorreva la notizia –più o meno verificata– del momento, mentre in Canada una startup, con dieci giorni d’anticipo rispetto all’Oms, aveva già analizzato dati e flussi, intuendo la prossima pandemia.

fattura umana

De Biase fa un passo in avanti: “Impegnarsi nella diffusione della competenza sul metodo giornalistico è il core business del giornalismo stesso: fare in modo che il pubblico sappia che esiste la possibilità di seguire un metodo per conoscere come stanno le cose”. Un tema cui fa riferimento, in questo senso, è la discussione –particolarmente attiva in Europa– sul watermarking dell’AI: “Da una parte bisogna convincere OpenAI, Anthropic e soprattutto xAI a mettere questo marchio volontariamente, ma chi vuole fare una guerra cognitiva, o agire in qualche modo criminale, cercherà di evitarlo, e non aiuta”. Dato questo, rilancia con una suggestione: un “marchio bio” dei contenuti, che ne certifichi la fattura esclusivamente umana. “È anche più realistico –chiosa– giacché dire che qualcosa è stato prodotto con l’AI varrà per il 99% dei casi”.

tre direzioni

Il frame, alla fine, lo detta Davide Bennato, sociologo dei media digitali dell’Università di Catania, che firma anche il paper d’apertura del Report dell’Osservatorio. Individua “tre direzioni” della trasformazione del giornalista come professionista. Primo: il passaggio dalla centralità delle testate a quella delle competenze: “Finora è stata la testata giornalistica a garantire l’affidabilità dei contenuti. Adesso, soprattutto con la frammentazione della produzione di senso dovuta anche alle piattaforme digitali, sarà il giornalista a dover mostrare la propria competenza all’interno del suo settore”. Tradotto: addio al giornalista tuttologo, opinionista su tutto, e benvenuta “professionalizzazione tecnica” del giornalista, che oltre a una struttura deontologica e metodologica, deve acquisire competenze specifiche.

fonti aperte

Secondo: in un contesto di sovraccarico informativo, il giornalista deve guardare ai “fatti documentati”. Bennato tesse le lodi di fonti come Bellingcat (un gruppo di giornalismo investigativo), capace propriamente di dare senso alle informazioni. Bene, in questo senso, approcci come il data journalism, il giornalismo basato su fonti aperte (Open Source Intelligence), che fanno capire che c’è spazio per l’uso di metodologie approfondite, capaci di dare un contributo sostanziale all’informazione pubblica.

Terzo tassello, il giornalista parte di un team: “Le competenze sono talmente sofisticate che è difficilissimo pensare di fare tutti da soli, serve un coordinamento con altri”.

small language model

Quindi, la ricetta di sopravvivenza della professione che emerge dalle riflessioni attorno al Report è chiara. Serviranno giornalisti sempre più competenti in materie specifiche, sempre più capaci di sfruttare i dati a disposizione e raccontare i fatti documentandoli, e di lavorare in gruppo. Una traduzione del lavoro sul campo ai tempi dell’Intelligenza artificiale. 

Resta un nodo: tutte queste pratiche richiedono tempo e finanziamenti. Sul punto, la palla dovrebbe passare agli editori. Pratellesi propone: “Non affiderei i miei contenuti per addestrare gli LLM altrui; creerei un mio Small Language Model interno, con il mio archivio certificato, cosa che hanno già fatto alcuni giornali europei e americani. Se gli utenti si stanno abituando a dialogare con AI, è probabile che in futuro trovino meno allettante leggere un articolo che non interrogare il giornale. L’hanno fatto Politico, il Financial Times, il Washington Post, l’agenzia di stampa tedesca Dpa”. Così, fa notare, l’articolo sarebbe veramente monetizzato, ma non vendendo il pezzo in sé, bensì –ancora una volta– il metodo che c’è alle spalle, che conterà sempre di più rispetto al prodotto finale.

(nella foto, il film sul lavoro d’inchiesta del gruppo Bellingcat)

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