Sono sempre di più i giornalisti senza giornali. Quelli che lavorano al di fuori di contesti redazionali e che, in larga parte, operano come autonomi, freelance, precari e, ostinatamente, continuano a svolgere la professione. Profili diversi, punti di vista e angolazioni particolari, ma tutti convinti di portare il valore aggiunto del giornalista nel proprio ambito di attività, dagli ufficio stampa, all’informazione digitale, dal local alle specializzazioni tematiche; tutti su quel crinale sempre più sottile che separa l’informazione dalla comunicazione e dove non è più la “testata” ma il ruolo del giornalista a fare la differenza. Su queste domande si è sviluppato l’incontro di metà maggio promosso dall’Ordine dei giornalisti del Lazio e svoltosi presso la sede del Consiglio nazionale, sempre dell’Ordine, partendo dalla lettura del report sullo Stato del giornalismo realizzato dall’Università La Sapienza e Fondazione Murialdi.
processi di informazione
Un filo rosso ha unito i numerosi interventi: rimettere il giornalista al centro dei processi di elaborazione e gestione dei flussi di informazione, al di là del contesto specifico o degli strumenti che usa. È stata ribadita la necessità che anche i portavoce, in particolare quelli istituzionali, debbano essere tutti giornalisti, dove per portavoce si intende chi ha un incarico fiduciario per l’informazione e la comunicazione. Vi è una tendenza a marginalizzare i giornalisti nelle strutture di comunicazione, che ormai sono da tempo multimediali, dove il giornalista viene percepito con fastidio. Non a caso con il decreto legge del maggio 2025 è stata ufficializzata la figura del Social Media Manager nella Pubblica amministrazione a cui viene demandata la gestione degli strumenti di Intelligenza Artificiale nei processi di informazione. Il rischio è di estromettere il giornalista dalla elaborazione del contenuto primario e la norma segue una tendenza in atto da tempo nel settore privato e parapubblico, dove si preferiscono le “skills” digitali ai giornalisti nella gestione dei flussi di informazioni.
piattaforme digitali
Il giornalista, invece, ha tutti i titoli per stare anche ai vertici della catena dell’informazione multicanale e dovrebbe essere lui al centro della elaborazione dei messaggi. D’altronde ha poco senso continuare ad usare il termine “ufficio stampa” come semplice interfaccia dei media. Da tempo al giornalista che opera in questi contesti viene chiesta competenza sulle diverse piatteforme digitali, a meno che non si tratti di grandi strutture complesse ove è possibile un’accurata segmentazione dei profili. Lo stesso termine “ufficio stampa” andrebbe superato, perché si tratta di “informazione/comunicazione integrata”.
La questione si pone anche per chi oggi opera, come giornalista, sui social media e dove, per fortuna, l’Agcom ha tracciato una netta separazione tra “influencer”, che sostanzialmente crea contenuti sponsorizzati, e chi invece svolge attività giornalistica sui social e sui canali digitali. Il regolamento dell’Autorità interviene per coloro che superano il mezzo milione di follower, e si registrano diversi colleghi che fanno giornalismo sui social, con notizie verificate e contestualizzate, tenendo presenti i linguaggi delle diverse piatteforme e rispettando la deontologia.
vite precarie
I “senza giornali” sono anche quelli che si trovano ad un certo punto a gestire l’intera filiera di un evento, magari di tipo culturale, soprattutto dal punto di vista della comunicazione, contesti dove il profilo del giornalista porta il suo valore aggiunto in termini di correttezza dell’impostazione generale dell’informazione.
Senza giornali anche i giornalisti videomaker, che ormai sono una indispensabile infrastruttura dell’informazione, sempre presenti sulla scena dei fatti e sempre tenuti fuori dalle redazioni, e non per loro volontà. Ma la videocamera resta nel cuore e fa andare avanti in un lavoro faticoso. Tasto dolente e punto comune per quasi tutti: vite precarie e redditi non certo entusiasmanti.
assistenza sanitaria
L’incontro è stata anche l’occasione per rapidi focus sulle tutele che gli enti di categoria cercano di garantire a chi opera al di fuori delle redazioni. Così l’Inpgi sta allargando i suoi interventi a sostegno di freelance e parasubordinati, anche a protezione dalle azioni giudiziarie di carattere intimidatorio e Casagit ha messo in campo ulteriori strumenti di assistenza sanitaria e chi rischiava di esserne del tutto escluso.
Discorso a parte, invece, quello delle tutele del reddito per il lavoro autonomo, che continua a crescere. Le tabelle dell’equo compenso approvate nel 2023 dal Consiglio nazionale dell’Ordine sono ancora in stand by presso il Ministero della Giustizia, in attesa da “solo” tre anni di un semaforo verde. Nel frattempo, però, sono stati ricordati diversi strumenti di tutela come i “pareri di congruità” per i quali gli Ordini regionali sono chiamati ad esprimersi.
lavoro associato
Volendo trarre alcune conclusioni propositive dall’evento, frutto di un lavoro preliminare di non poche settimane, è emersa chiara la necessità di ribadire l’importanza e il valore dei giornalisti al di fuori delle testate. Da questa consapevolezza scaturisce l’importanza di elaborare proposte che possano incentivare il lavoro del giornalista anche “senza giornale”, dal sostegno all’autoimprenditorialità e al lavoro associato, all’obbligo di utilizzarli in tutte le strutture non solo della Pubblica Amministrazione, ma anche nelle diverse tipologie di soggetti a controllo pubblico o partecipato, agli enti para-pubblici. Da mettere a fuoco anche possibili incentivi per avere giornalisti nella filiera dei progetti che usano fondi europei, sino ad incentivi per uffici stampa privati (nell’accezione ampia del termine).
Insomma, se i giornali si avviano verso una contrazione ormai fisiologica, non è detto che i giornalisti non possano invece trovare nuovi spazi proprio nella dimensione digitale, al di fuori delle testate. In un ecosistema “saturo” di informazioni c’è ancora più bisogno di qualcuno tenga accesa una lanterna per trovare la via.




