Praticamente tutti la usano, un po’ diffidenti un po’ incuriositi, per lo più autodidatti, spesso senza avere particolari indicazioni da parte delle redazioni. È l’approccio dei giornalisti italiani all’Intelligenza artificiale che Pina Debbi, vicedirettrice del Tg La7 e dottoranda in Learning Sciences and Digital Technologies all’Università di Modena e Reggio Emilia, ha fotografato grazie a un questionario anonimo cui hanno risposto 1370 colleghi e colleghe. Sette giornalisti su dieci usano strumenti di Intelligenza artificiale nel lavoro quotidiano: il 76,5% lo fa in modo autonomo, senza seguire alcuna policy redazionale, e solo il 30% si dichiara competente sulla tecnologia in questione. “Non è possibile –dice Debbi– che un giornalista si limiti a essere un supervisore di output: l’AI non è un oracolo, è una tecnologia che produce risultati probabilistici che dobbiamo imparare a sfruttare a favore del nostro lavoro”.

Vicedirettrice di un Tg nazionale e studiosa di Intelligenza artificiale: dove nasce la necessità di iniziare questo secondo percorso?

“Ho vissuto tutto il passaggio dall’analogico al digitale, quando le promesse erano enormi: Internet come luogo democratico, con cui sarebbe stato possibile accedere a una vita digitale collettiva. È finita con l’informazione ancora più frammentata, Google e le altre grandi piattaforme che hanno preso il controllo del sistema pubblico e il giornalismo ha smesso di essere il ‘guardiano della democrazia’. Giornali grandi e piccoli hanno iniziato la rincorsa al clickbait, e non c’è stata alcuna educazione al digitale. Ho percepito il rischio che avvenisse lo stesso con l’avvento dell’Intelligenza artificiale e mi sono chiesta cosa potesse fare davvero questa tecnologia per il nostro mestiere. Già Platone, nel ‘Fedro’, scriveva che una tecnologia può essere come un farmaco, allo stesso tempo ‘veleno o rimedio’: dipende come si gestisce questa ambiguità”.

Qual è la tesi centrale della sua ricerca?

“Il giornalista deve essere il pilota dell’Intelligenza artificiale, il primo a saperla governare, attraverso una formazione che non è strumentale ma epistemologica. Finora abbiamo invece avuto un atteggiamento dicotomico: ne parliamo in termini quasi antropomorfici, come fosse una minaccia esterna. Ma come dice Walter Quattrociocchi, professore di Computer Science all’Università La Sapienza, l’AI semplicemente restituisce un risultato plausibile, non vero, che sta alla persona capire se e come torna utile”.

Nel questionario sviluppato nell’ambito del suo dottorato ha posto una serie di domande sull’AI nel lavoro giornalistico: quando, come e a che scopo usarla, quanto ci si sente padroni degli strumenti, quale approccio hanno le redazioni. Cosa emerge dai risultati?

“Che ci appropriamo della tecnologia AI secondo differenze sociotecniche: la differenza fondamentale non è tra professionisti o pubblicisti, ma tra contrattualizzati e freelance. I primi, che lavorano in una redazione, usano lo strumento per fare traduzione, trascrizione, riassunti. Un uso coeso e standardizzato, con pochi tool fondamentali. I secondi, invece, che lavorano per lo più da soli e autonomamente, lo usano più per fare brainstorming, sfruttano tool per sviluppare idee più creative: un uso più denso e sperimentale, ma anche più polarizzato”.

C’è un dato che l’ha sorpresa più degli altri?

“Il disallineamento tra controllo percepito e competenza reale. Entrambi i profili –chi lavora in redazione e chi no– sono convinti di avere il controllo della tecnologia. Ma a domanda diretta ‘Hai una buona conoscenza dell’AI?’, solo il 30% risponde affermativamente. Ed è un dato trasversale: 28,2% tra i contrattualizzati, 30,9% tra i freelance. Chi si sente ‘estremamente competente’ è ancora di meno. Questa ricerca mi ha permesso di vedere lo stato in cui versa il nostro settore”.

In che senso?

“Che la disparità all’interno della categoria è sì contrattuale, ma non solo. La stampa locale, per dire, non ha le stesse opportunità di formazione di quella nazionale, non ha la stessa possibilità di accedere a strumenti che aiutino nel rapporto con la tecnologia. Eppure, la paura dei giornalisti non è più tanto essere sostituiti, quanto perdere la qualità del lavoro: in questo senso è determinante il modo in cui ci poniamo nei confronti dell’AI, quali confini poniamo e come ribadiamo la nostra autorità sullo strumento per appropriarcene. La governance inizia qui. È la differenza tra chi acquisisce le competenze per sfruttare l’AI a proprio favore, come estensione cognitiva, e chi no”.

Nella sua esperienza, quindi, ad ora qual è l’atteggiamento prevalente dei giornalisti italiani?

“Tutti usano l’AI senza dirlo, quasi fosse una colpa. Eppure, la tecnologia è già dentro le micro-routine: scrittura, ideazione, trascrizione, traduzione, titolazione. La domanda non è più se usarla, ma come farlo con responsabilità e trasparenza”.

Come interpreta questa combinazione: uso diffuso, assenza di governance, bassa competenza percepita?

“Apre il rischio di quella che chiamo illusione di controllo. Ci sentiamo a nostro agio perché il testo dell’output è plausibile, è l’’epistemia’ di cui parla Quattrociocchi. Da qui la delega cognitiva: la macchina decide al posto nostro. In un contesto in cui la governance è individuale e avviene di default, senza che nessuno abbia costruito una cornice comune, ed è pericoloso”.

Cosa propone di fare?

“Costruire un framework formativo di riferimento, epistemologico. Non un semplice tutorial di strumenti, ma imparare, prima di usare la tecnologia, a farsi sempre alcune domande come ‘A che mi serve?’, ‘Per cosa la uso?’, ‘Come controllo l’output?’, ‘Che tipo di verifica faccio?’. Funziona con qualsiasi strumento, anche con quelli che verranno dopo. Il punto non è la macchina: è la postura con cui la affronti”.

Ha un progetto concreto, in questo senso?

“Un corso di 18 ore basato su workshop e apprendimento attivo, in collaborazione con l’Associazione Stampa Lombarda, che voglio ringraziare insieme all’Ordine della Sardegna e le altre realtà che mi hanno aiutato a diffondere il questionario. Il corso sarà a pagamento, per dare un contributo a chi mi aiuterà a realizzarlo. Io, dico per chiarezza, non sto guadagnando nulla, mi sto autofinanziando il dottorato con il lavoro”.

Rispetto alle realtà internazionali, l’Italia come ne esce?

“La distanza da colmare non è poca. Il New York Times usa l’Intelligenza artificiale da anni –quella non generativa– con codici, analisi dei dati, e ci fanno scoperte giornalistiche. Ma parliamo di un’organizzazione che ha editor, data scientist e programmatori seduti a fianco al giornalista. Da noi, a momenti, in redazione non c’è neanche il giornalista”. 

In Italia c’è anche in ballo il rinnovo del contratto nazionale tra Fnsi e Fieg. Come entra l’AI in questa partita?

“Scontiamo il conflitto tra editori, che pensano a ridurre i costi, e sindacato, che vuole garanzie, oltre al ritardo sulle competenze. È il momento che si siedano al tavolo per costruire cornici comuni: AI literacy strutturata, linee guida chiare e praticabili, trasparenza verso il pubblico, tracciabilità dei passaggi, responsabilità per firma e contenuti. Il percorso da fare è quello dalla sperimentazione individuale a una postura professionale consapevole. Ma finora, a livello nazionale, questa intenzione non si è vista”.

(nella foto, Pina Debbi)

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here