C’è un elemento che rischia di passare in secondo piano nello scambio a distanza tra Donald Trump e Leone XIV: non tanto ciò che è stato detto, quanto il modo in cui viene trasformato in racconto pubblico.

I fatti, prima di tutto. Trump attacca il Papa su Truth: lo definisce “debole” e “pessimo in politica estera”, critica le sue posizioni su Iran, Venezuela e immigrazione, e lo accusa di fare gli interessi della sinistra. Rilancia poi con dichiarazioni ai giornalisti, insistendo sul fatto di “non essere un fan”. Il Papa risponde senza arretrare: rivendica il Vangelo, la missione della Chiesa, il rifiuto della guerra e afferma di non avere paura dell’amministrazione Trump. Sullo sfondo, settimane di tensioni su conflitti e politica internazionale. Non è un incidente: è uno scontro di visioni.

formato automatico

Fin qui, nulla di opaco. Il problema nasce dopo.

La macchina mediatica prende questi elementi e li riduce a un formato ormai automatico: attacco, risposta, reazione. Un ciclo che funziona, ma che deforma. Perché mette sullo stesso piano tutto: una critica politica, una posizione religiosa, una strategia comunicativa.

E soprattutto, non distingue.

Il caso più evidente è la foto generata con l’Intelligenza artificiale. Trump pubblica un’immagine che lo ritrae in una scena di guarigione; la cancella dopo le reazioni negative. Fine? No. Quell’immagine non è un incidente, né una parentesi bizzarra. È un oggetto comunicativo perfettamente coerente con il contesto: rapido, visivo, ambiguo, fatto per circolare e per essere commentato.

corretto e insufficiente

E infatti viene commentato. Ovunque.

Qui entra in gioco il giornalismo, e qui emergono i limiti più evidenti. La stampa -in particolare quella al seguito di Trump- registra, riporta, rilancia. Le dichiarazioni vengono trascritte, le reazioni annotate, l’immagine descritta, la cancellazione segnalata. Tutto corretto, formalmente. Ma insufficiente.

Perché manca il passaggio essenziale: la gerarchia.

È la funzione più elementare del giornalismo: selezionare e ordinare ciò che conta (gatekeeping, agenda-setting). Non tutto ha lo stesso peso, né la stessa funzione. Quando questa distinzione salta, il racconto perde profondità e diventa solo flusso -e in quel flusso tende a prevalere ciò che attira attenzione, non ciò che incide davvero. Una frase detta ai giornalisti, una posizione strutturata della Chiesa e un’immagine generata con l’AI non sono la stessa cosa. Non hanno lo stesso peso, non hanno la stessa funzione. Eppure, nel racconto, finiscono nello stesso flusso continuo, indistinto, dove contano solo perché “sono successe”.

contenuti estremi

È una scelta -o una rinuncia- che ha conseguenze precise. Trasforma la cronaca in sequenza, la sequenza in rumore, e il rumore in agenda. Più un contenuto è estremo o anomalo, più trova spazio. Più trova spazio, più diventa centrale. Anche quando viene criticato.

Le reazioni seguono lo stesso schema. Indignazione, condanna, presa di distanza.  Ma anche qui: tutto viene assorbito nello stesso ciclo. 

Non interrompe il meccanismo, lo alimenta.

nessuna distinzione

Il risultato è un racconto che non distingue più tra livelli diversi del discorso pubblico. La politica, la religione e la comunicazione -soprattutto quella costruita con strumenti come l’AI- vengono appiattite in un unico piano narrativo. E quando questo accade, la comprensione arretra.

Definire questo scontro “storico” è facile. Spiegarlo è più difficile. Richiederebbe di uscire dalla sequenza e ricostruire il contesto: perché un presidente attacca così direttamente un Papa, perché il Papa risponde in quel modo, e perché tutto questo accade proprio ora. Senza questo lavoro, resta solo la superficie.

quello che conta

Il punto, allora, non è prendere posizione. È riconoscere che il racconto -così com’è- è incompleto. E che in un ambiente informativo saturo, dove anche un’immagine generata con l’Intelligenza artificiale può orientare l’attenzione globale per ore, limitarsi a riportare non basta.

Serve scegliere cosa conta. E oggi, troppo spesso, questa scelta non viene fatta.

Forse la domanda, a questo punto, è più scomoda di quanto sembri: il giornalismo vuole ancora farlo, questo lavoro di scelta? O si sta adattando a un sistema in cui tutto deve scorrere -dichiarazioni, immagini, provocazioni- senza più fermarsi a distinguere?

Perché se la distinzione scompare, non è solo il racconto a cambiare.

È il modo stesso in cui comprendiamo la realtà.

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