Proprio da Professione Reporter ho appreso giorni fa della chiusura di Wired Italia, una rivista pensata e scritta bene. E insieme ad un po’ di tristezza,  questa notizia ha stimolato una riflessione che vorrei qui  condividere.

C’è un equivoco di fondo che attraversa una parte rilevante dell’editoria, non di meno quella  italiana: l’idea che l’informazione sia un prodotto come un altro. Come le patate o le zucchine ai mercati generali. Si osserva l’andamento della domanda, si corregge l’offerta, si taglia ciò che non rende e si spinge ciò che “tira”. Se un tema funziona, lo si moltiplica; se non funziona, lo si abbandona. Senza rimpianti. Senza responsabilità. Aggiungerei senza la “competenza” necessaria,  in un paese in cui l’arte dell’editoria è spesso affidata all’improvvisazione di soggetti o gruppi che perseguono tutt’altri interessi, ed alla sostanziale assenza di esperienza e professionalità specifiche (e su questo io personalmente potrei scrivere un saggio!).

corto circuito

Ma l’informazione – dicevamo- non è una merce neutra. E trattarla come tale produce un cortocircuito pericoloso.

Non si tratta di una percezione isolata. I dati dell’Agcom e del Reuters Institute for the Study of Journalism mostrano una tendenza convergente: mentre il modello economico dell’editoria si indebolisce e la diffusione tradizionale cala, cresce la pressione a produrre contenuti che “funzionano” nell’immediato. È in questo contesto che si moltiplicano pratiche come la titolazione sensazionalistica, la spettacolarizzazione della cronaca a danno di notizie più “pensose” e il ricorso sistematico al clickbait – dinamiche che attraversano, con intensità diverse, l’intero sistema, dai quotidiani più esplicitamente schierati fino ai grandi gruppi come Gedi o Rcs. Non è semplicisticamente una questione di stile: è un cambio di paradigma. Ed il  punto non è solo economico, ma culturale e democratico.

indicatori insufficienti 

Un editore che ragiona esclusivamente in termini di performance immediata, finisce per disinteressarsi della qualità intrinseca del contenuto. Non conta più la verifica delle fonti, la profondità dell’analisi, la pluralità delle voci. Conta ciò che “regge” sul mercato: click, copie vendute, tempo di permanenza. Indicatori legittimi, ma insufficienti a definire il valore dell’informazione.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: una progressiva semplificazione del discorso pubblico, una tendenza al superficialismo delle notizie, una rincorsa continua al tema del giorno. Esattamente come accade per le merci deperibili: oggi si espongono le patate, domani le zucchine.

 priva di visione

La filiera – fatta di lavoro giornalistico, di competenze, di “scavo” e tempo lungo – diventa un costo da comprimere, non un investimento da difendere. (Qualche anno fa, per contrastare il calo delle vendite in edicola, Le Monde di Luc Bronner vinse la crisi con la seguente formula: + giornalisti – notizie = più lettori. E così fu!).

Da noi oggi succede invece che i ripetuti stati di crisi nel settore (generosamente sostenuti  dallo Stato) e la riduzione delle redazioni non appaiono episodi isolati, ma segnali coerenti di una trasformazione di sistema del tutto priva di visione.

dibattito indebolito

E qui si evidenzia uno scarto decisivo: a differenza delle merci, l’informazione produce effetti collettivi. Non si limita a soddisfare una domanda: contribuisce a formarla. Orienta opinioni, costruisce rappresentazioni del reale, influenza decisioni individuali e pubbliche. In questo senso, è un’infrastruttura invisibile, ma decisiva, della democrazia. Se questa infrastruttura si impoverisce, si indebolisce  anche la qualità del dibattito democratico.

In questo emerge la responsabilità di chi gestisce e di chi fa informazione.

Un editore non è – o non dovrebbe essere – un semplice intermediario tra contenuto e mercato. È un soggetto che esercita una funzione pubblica, anche quando opera in un contesto privato. Decide – con i giornalisti o anche sopra le loro teste – cosa rendere visibile e cosa no. Decide quanto investire nella qualità e quanto nella quantità. Decide se costruire nel tempo una credibilità o inseguire i “ricavi”  immediati.

sfiducia e bisogno

Quando questa responsabilità viene rimossa, il sistema scivola verso una logica puramente estrattiva: si sfrutta l’attenzione del pubblico come una risorsa, fino a esaurirla. Ma a lungo andare, il prezzo si paga. Lo paga il pubblico, che perde strumenti per orientarsi. Lo pagano i giornalisti, sempre più compressi tra tempi ridotti e richieste performative. E lo paga lo stesso mercato, perché un’informazione percepita come superficiale o manipolata genera sfiducia, e la sfiducia erode il valore e spinge altrove chi ha “bisogno” del diritto all’informazione. 

Qui torna utile una lezione che viene dalla semiologia. Umberto Eco ricordava che i mezzi di comunicazione non si limitano a trasmettere messaggi: piuttosto contribuiscono a costruire il modo in cui la realtà viene percepita e interpretata. Quando questa funzione viene piegata alla sola logica del profitto, il rischio non è soltanto l’abbassamento della qualità, ma la deformazione stessa del reale condiviso.

capire il mondo

Recuperare il senso dell’informazione come bene pubblico non significa negare il mercato. Significa riconoscere che il mercato, da solo, non è un criterio sufficiente.

Serve una visione editoriale che tenga insieme sostenibilità economica e responsabilità democratica. Che consideri la qualità non un costo, ma un asset strategico e un investimento. Che accetti il rischio – inevitabile – di puntare su contenuti che non “performano” subito, ma costruiscono nel tempo autorevolezza.

Perché l’informazione non fallisce quando perde lettori. Fallisce quando smette di distinguere tra ciò che vale e ciò che vende. E da quel momento non aiuta più a capire il mondo: si limita a seguirlo, finché non perde anche la capacità di raccontarlo.

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