(A.G.) La storia della grazia concessa da Mattarella a Minetti offre alcune indicazioni sul giornalismo. Su come sia stata applicata (o meno) la sua versione “classica”, cioè indipendente. Votata a scovare ciò che non si sa. Nell’esclusivo interesse dei cittadini e del pubblico dibattito. Anticipiamo: Il Fatto ha svolto in pieno il suo compito, altri media non del tutto, mentre troppo, nel nostro Paese, prevale lo schieramento sull’accertamento dei fatti.
La grazia a Nicole Minetti viene concessa nel febbraio 2026, ma l’inizio dal punto di vista mediatico porta la data dell’11 aprile. Sul Fatto Quotidiano Thomas Mackinson lancia in prima pagina una notizia trovata da Floriana Bulfon di “Mi manda Rai 3” (conduttore Federico Ruffo): Nicole Minetti -già consigliera regionale lombarda, condannata per peculato e sfruttamento della prostituzione, spedita da Berlusconi ad assistere Ruby Rubacuori (Karima El Mahroug) nella notte in cui la ragazza fu portata in questura a Milano- è stata graziata dal Presidente Mattarella. Minetti non dovrà più scontare la pena di 3 anni e 11 mesi. Per poter assolvere ad “esigenze familiari”.
aperture interne
Il giorno dopo, 12 aprile, tutti i giornali riprendono la storia, con aperture di pagine di cronaca interne. Spiegano -seguendo un comunicato del Quirinale- che la grazia è stata concessa per permettere a Minetti di occuparsi di “uno stretto familiare minore che necessita di assistenza e cure particolari presso ospedali altamente specializzati”.
Quello stesso 12 aprile il Direttore del Fatto, Marco Travaglio, scrive un editoriale, intitolato “Troppa grazia”. Travaglio avanza una serie di dubbi. Per esempio, dice che probabilmente Minetti sarebbe rimasta a piede libero poiché destinata a scontare la pena ai “servizi sociali”, con tutto il tempo per accudire in ospedale il misterioso “stretto familiare minore”, senza bisogno di grazia. Per esempio, scrive che “fra le decine di migliaia di condannati in espiazione pena, saranno centinaia quelli con un familiare minore in ospedale: eppure, giustamente, continuano a scontare la propria condanna”.
suore e squillo
“Se ci fosse di mezzo un figlio adottivo -ipotizza Travaglio- sarebbe curioso che un minore sia stato dato in adozione a una tizia che partecipava ai bunga-bunga vestita da suora con squillo anche e minorenni”. Inoltre: “la doppia condanna della Minetti è definitiva dal 2022, ma per tre anni è rimasta sospesa in attesa che a dicembre 2025 il giudice di sorveglianza esaminasse la richiesta di servizi sociali. E anche lì s’è bloccato tutto con la richiesta di grazia, poi accolta dal Colle. Quindi la Minetti non ha ancora scontato un solo giorno di pena”. Infine -ricorda Travaglio- “la Corte Costituzionale nel 2006 ha stabilito che la grazia spetta al capo dello Stato perché non solo deve giungere a debita distanza dalla sentenza definitiva, quando il condannato ha già scontato una congrua parte della pena, per evitare di sconfessare i giudici e di violare il ‘principio di eguaglianza’. Ma dev’essere anche un atto non ‘politico’, bensì ‘eccezionale’ e ‘umanitario’, per ‘mitigare’ e ‘attenuare l’applicazione della legge penale’ quando ‘confligge col più alto sentimento della giustizia sostanziale’. Ma qui la Minetti non sarebbe finita in carcere, dunque non c’era nulla da mitigare e attenuare”.
il lavoro di mackinson
E’ il 12 aprile e nessuno ritiene i dubbi di Travaglio degni di approfondimenti. L’informazione, in generale, molla la presa. Al Fatto, invece, s’inabissano e vanno avanti. Passano dodici giorni, il 24 aprile Mackinson pubblica il primo di tre pezzi: “Minetti, il compagno era socio di Epstein”. Il 25 aprile esce il secondo: “Nicole Minetti gestiva il ranch con le squillo”. E il 27 aprile: “Minetti fece causa per ottenere il bimbo che le è valso la grazia”. A questo punto, al Quirinale decidono che non si può più tacere ed emettono la nota che chiede al ministero della Giustizia maggiori informazioni sul caso, sulla base dei pezzi del Fatto (non nominato).
verità ufficiali
Complimenti quindi al Fatto, al Direttore Travaglio e a Mackinson, che hanno seguito una delle regole fondamentali del giornalismo: diffidare delle verità ufficiali, in particolare quando fanno acqua da qualche parte. Dopo il 27 aprile tutta l’informazione ha messo in prima pagina il caso Minetti. In particolare Domani ha scoperto subito che la pratica al ministero della Giustizia era stata gestita dal Capo di gabinetto del ministro, Giusi Bartolozzi, protagonista anche nel caso Almasri. E ha poi fornito una versione diversa da quella del Fatto sull’adozione del bambino al centro della richiesta di grazia.
secondo mandato
Ancora però restano da mettere a fuoco alcuni aspetti della vicenda: nel secondo mandato al Quirinale il Presidente Mattarella ha esaminato 1705 domande di grazia e ne ha concesse appena 36. Perché il caso Minetti è risultato così urgente e necessario? Perché dopo aver deciso di firmare questa grazia non è stata data alcuna pubblicità alla decisione stessa? Per salvaguardare il minore coinvolto? Ma non si sarebbe certo dovuto fare il nome, come non è stato fatto quando poi la notizia è uscita.
Va notato anche che i giornali di centro destra e vicini al governo hanno puntato sulle responsabilità di Mattarella, mentre altri hanno cercato di tenere al riparo la massima carica dello Stato. Mantenendo sempre il dovuto rispetto, il giornalismo dovrebbe essere esente da tali schieramenti. Dovrebbe porsi le domande e dare le risposte che i cittadini si pongono e attendono.
(nella foto, Nicole Minetti)
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