Amal Khalil, giornalista libanese di 43 anni, è rimasta vittima di un raid israeliano nel sud del Libano il 22 aprile scorso. Con lei, salgono a nove i giornalisti colpiti e uccisi dall’inizio del conflitto nel Paese dei Cedri. Khalil si trovava nel quartiere di Bint Jelil, roccaforte di Hezbollah, insieme alla fotoreporter Zeinab Faraj rimasta ferita a sua volta.

Secondo le ricostruzioni dei media locali, un primo attacco avrebbe colpito un veicolo davanti a quello dove si trovavano le due giornaliste. Entrambe si sono rifugiate in un edificio, centrato poco dopo da un altro bombardamento. È la tecnica  “double tap”: ovvero colpire una prima volta e subito dopo un’altra volta mentre arrivano i soccorsi. Mentre Amal giaceva sepolta viva, l’esercito israeliano ha impedito ai soccorsi della Croce Rossa di avvicinarsi, bersagliando le ambulanze con spari e granate assordanti. Solo dopo quattro ore di agonia, il suo corpo è stato recuperato.

Il Comitato internazionale per la protezione dei giornalisti (Cpj) ipotizza che si tratti di crimine di guerra e chiede un’inchiesta internazionale.

dal 2006

Giornalista di lunga esperienza, originaria del Sud del Libano, Khalil raccontava i conflitti nella regione dal 2006, anno della guerra tra Israele ed Hezbollah. Lavorava per Al Akhbar, tra le principali testate di Beirut, con una linea editoriale molto critica verso Israele e spesso considerata vicina ad Hezbollah, pur senza legami di nessun tipo dichiarati. Nel settembre di due anni fa Khalil aveva denunciato minacce di morte ricevute via whatsapp e arrivate da un numero israeliano. Le veniva intimato di lasciare il suo Paese, di andarsene. “Sappiamo dove sei e ti raggiungeremo quando sarà il momento”, si leggeva nei messaggi pubblicati dalla stessa giornalista.

“serie di violazioni”

Ai funerali, decine di colleghi si sono riuniti in Piazza dei Martiri per protestare contro la sua morte e quella degli altri colleghi. Insieme a loro si sono mobilitate anche diverse organizzazioni internazionali tra cui Reporters Senza Frontiere. Il Sindacato dei giornalisti libanesi ha parlato di una “serie ripetuta di violazioni, una politica sistematica volta a intimidire i giornalisti, metterli a tacere e ucciderli deliberatamente”. Mentre il ministro dell’Informazione libanese Paul Morcos ha ribadito che “prendere di mira i giornalisti è un crimine efferato e una flagrante violazione del diritto internazionale umanitario, su cui non resteremo in silenzio. Ribadiamo il nostro appello al mondo e alle organizzazioni internazionali che ci sostengono affinché intervengano per porre fine a questa situazione e impedirne il ripetersi”. 

Nata a Baysariyyeh nel 1984, Amal era cresciuta respirando l’aria dell’occupazione israeliana. Corrispondente dal Libano meridionale era la memoria storica dei villaggi lungo la “Linea Blu”. Mentre molti sceglievano la sicurezza degli uffici di Beirut, Amal restava nei luoghi del dolore.

“Buone condizioni”

Gli ostacoli posti da Israele ai soccorritori, che hanno potuto raggiungere Amal Khalil solo molte ore dopo il raid israeliano nell’edificio in cui si era rifugiata con la collega Zainab Faraj, “potrebbero costituire un crimine di guerra” secondo il Comitato internazionale per la protezione dei giornalisti (Cpj), che ha fatto appello a un’inchiesta internazionale indipendente per fare luce sulla vicenda. Il Cpj afferma: “L’edificio in cui le giornaliste si erano rifugiate è stato colpito in pieno, intrappolandole sotto le macerie per ore. Diverse fonti attendibili indicano che i continui bombardamenti e i colpi diretti contro le ambulanze hanno impedito ai soccorritori di raggiungerle in tempo. I colleghi di Khalil, che sono riusciti a contattare la giornalista mentre era intrappolata, hanno confermato al Cpj che era in buone condizioni di salute dopo il primo attacco, ma è stata poi trovata morta quando, finalmente, è stato consentito l’accesso limitato alla Croce Rossa. Faraj rimane in condizioni critiche”.

“palese disprezzo”

Secondo Jodie Ginsberg, amministratrice delegata del Comitato, “non è la prima volta che Israele impedisce ai servizi di emergenza di raggiungere i giornalisti feriti nei suoi attacchi. I giornalisti sono civili e protetti dal diritto internazionale. Il palese disprezzo di Israele per tali norme, e l’incapacità della comunità internazionale di ritenerlo responsabile, è aberrante”.

impunità a gaza

Il Cpj ha documentato “un crescente numero di attacchi mirati israeliani in Libano, dove 15 giornalisti e operatori dei media sono stati uccisi da Israele dal 7 ottobre 2023”. Inoltre, “l’uccisione di Khalil è avvenuta nel contesto del cessate il fuoco tra Israele e Libano, entrato in vigore il 16 aprile”. Sara Qudah, direttrice regionale del Cpj, denuncia: “La
cultura dell’impunità di cui Israele continua a godere a Gaza, dove non vi è stata alcuna responsabilità per l’uccisione mirata di giornalisti, sta alimentando un modello simile in Libano”. Per questo, “la comunità internazionale deve condurre un’indagine immediata su questo omicidio e utilizzare tutti i meccanismi disponibili per chiederne conto a Israele”.

protezione civile

Il Comitato ricorda che Khalil lavorava per il quotidiano Al-Akhbar che, “secondo numerose fonti, è ‘filo-Hezbollah'”. Il Cpj “ha documentato almeno altri nove membri dello staff di organi di stampa ‘filo-Hezbollah’, tra cui Al-Mayadeen e Manar Tv, uccisi dal fuoco israeliano in Libano dal 7 ottobre 2023: Ali Shoaib, Fatima Ftouni, Suzan Khalil, Mohamed Sherri, Wissam Kassem, Ghassan Najjar, Mohammed Reda, Farah Omar e Rabih Al Maamari”.
Il Comitato sottolinea che “non ci sono prove che Khalil o Faraj abbiano partecipato direttamente alle ostilità. Fare reportage, documentare la distruzione o esprimere opinioni, anche fortemente critiche, non priva i giornalisti della protezione civile di cui godono ai sensi del diritto internazionale umanitario”, che li definisce “civili”. Pertanto, “sono protetti
da attacchi diretti e indiscriminati, a prescindere dalla posizione o dall’affiliazione delle loro testate giornalistiche, purché non partecipino direttamente alle ostilità”.

(nella foto, Amal Khalil)

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1 commento

  1. Una vera e propria esecuzione, quella di cui la coraggiosa giornalista libanese è rimasta vittima. Prima, come Andrea Garibaldi ricorda, è stata colpita l’auto che precedeva quella di Amal, poi è stata bombardata la casa dove si era rifugiata. E questo, violando la tregua che Israele si era impegnato a rispettare. È sconfortante che la notizia venga ignorata oggi dalle prime pagine dei giornali italiani, con la sola eccezione di Francesca Mannocchi su “La Stampa”. Se il giornalismo è assente, la democrazia se ne va via.

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