Il 27 marzo e il 16 aprile i giornalisti italiani scioperano. Lo fanno per la dignità, per un contratto fermo da anni, per redazioni sempre più leggere e stipendi sempre più sottili. Tutto giusto, tutto necessario. Solo che, nel frattempo, qualcuno, quasi sempre, non sciopera.

Perché il giornalismo freelance, si sa, è come certi ingranaggi: invisibile finché funziona. E quando smette, ci si accorge che teneva insieme tutto. O quasi. Così, mentre una parte della categoria incrocia le braccia per rivendicare diritti sacrosanti, un’altra continua a scrivere, consegnare, produrre. Non per spirito di sacrificio, ma per semplice aritmetica: se non lavori, non esisti.

mobilitazione e principi

C’è qualcosa di profondamente ironico -e vagamente scomodo- in questa convivenza. Da un lato la mobilitazione, i comunicati, i principi. Dall’altro una platea di professionisti senza tutele reali, senza ferie, senza malattia, senza la possibilità concreta di fermarsi. Il freelance non sciopera perché non può permetterselo. E nel farlo, garantisce esattamente quella continuità che lo esclude.

Nel frattempo, il racconto ufficiale del mestiere evolve con una coerenza quasi spietata. Il freelance non è più un giornalista: è un sistema operativo. Scrive articoli, monta video, registra podcast, gestisce social, legge dati, ottimizza titoli. La multimedialità non è un valore aggiunto, è il prezzo d’ingresso. E chi non lo paga resta fuori, con tutta la sua esperienza e le sue buone maniere.

adattarsi, arrangiarsi

La parola d’ordine è sempre la stessa: adattarsi. Che suona dinamica, moderna, persino darwiniana. Ma tradotta significa una cosa sola: arrangiarsi. Con tariffe che scendono, richieste che salgono e una concorrenza che ormai include anche le macchine. L’Intelligenza artificiale, infatti, non protesta, non fattura, non sciopera. Fa il suo lavoro e basta. E questo, nel bilancio di un editore, pesa più di qualsiasi editoriale sulla qualità.

Si dice -con un certo ottimismo- che resterà il fattore umano. Il dubbio, la verifica, l’intuizione. Tutto vero. Ma resta da capire chi sarà disposto a pagare tutte queste cose. Perché se il contenuto diventa una commodity, il giornalista rischia di diventarlo con lui. E a quel punto la differenza tra un professionista e un algoritmo non è più filosofica: è economica.

lusso della purezza

Poi c’è il nodo eterno, quello che nessuno sciopero riesce davvero a sciogliere: il rapporto tra informazione e pubblicità. Se ne parla con eleganza, si invoca la trasparenza, si promettono confini chiari. Nel frattempo, però, quei confini si spostano. E spesso coincidono con chi paga. Il freelance, in questo equilibrio instabile, è l’ultimo a potersi permettere il lusso della purezza.

fuori dal perimetro

Il punto, allora, non è nemmeno lo sciopero. È ciò che lo sciopero lascia scoperto. Una frattura che non è nuova, ma che diventa sempre più evidente: tra chi ha ancora una struttura -fragile, ma esistente- e chi è già da tempo fuori da ogni perimetro. Tra chi può rivendicare e chi deve, semplicemente, continuare.

Il giornalismo freelance non sta morendo. Sta facendo quello che ha sempre fatto: reggere. In silenzio, a basso costo, senza troppe pretese. È diventato la normalità di un sistema che continua a raccontarsi come eccezione.

E così, mentre qualcuno sciopera per cambiare le regole, qualcun altro le applica. Anche quando sono sbagliate. Anche quando sono truccate. Soprattutto quando sono truccate.

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