Una mini-tassa sugli italiani più ricchi, che non farebbe loro nemmeno il solletico, e che invece darebbe un giovamento enorme alla scuola, al sistema sanitario nazionale, ai contratti del pubblico impiego, alla difesa dell’ambiente. Sarebbe applicata solo a chi ha un patrimonio netto superiore a 5,4 milioni di euro, tra valori immobiliari, del conto corrente, azioni e quant’altro, con aliquote molto basse, dall’1 al 3 per cento, quest’ultima riservata a chi ha una ricchezza superiore a 20 milioni. E che frutterebbe, standing ovation, più di 13 miliardi di euro, poco meno della metà dell’ultima legge di bilancio. Riccardo Staglianò, inviato del Venerdì di Repubblica e autore di numerosi saggi, cerca di dare una scossa all’intorpidito campo progressista, e al Pd in particolare, invitandolo a proporre qualcosa di concreto, che induca speranze negli italiani, anziché limitarsi a urlare contro la Meloni, o a fantasticare vaghi interventi a 360 gradi. 

senza disuguaglianze

Nel suo ultimo libro, “Tassare i milionari – Prendere ai ricchi per dare ai poveri” (editore Einaudi, 158 pagine, 13 euro) presentato a Roma a “Spazio Sette” in dialogo con Marianna Aprile, Staglianò rilancia una proposta di Oxfam Italia, l’onlus che si batte per un futuro “senza diseguaglianze”. Quell’imposta graverebbe su appena lo 0,1 per cento della nostra popolazione, 50 mila super-ricchi di cui ignoriamo anche il nome. Il più facoltoso di tutti, Giovanni Ferrero “il signor Nutella”, 43 miliardi di dollari di patrimonio, sfuggirebbe dai radar dell’imposta perché risiede in Lussemburgo. Ma chi sapeva, ad esempio, che il numero due è Andrea Pignataro, con 27 miliardi, bolognese, fondatore di Ion Trading, impero tecnologico finanziario? Ed è noto a tutti che l’ex chirurgo plastico torinese Giancarlo Devasini ha secondo Forbes un patrimonio netto di 22,4 miliardi di dollari, raggiunto grazie alla creazione della criptovaluta Tether? 

sempre più

Più in generale, assistiamo, in Italia e nel mondo, a un fenomeno sconcertante: i ricchi che diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. Una diseguaglianza che viene da lontano. Negli anni ’80, in Italia, il 10 per cento dei percettori di reddito più elevato intascava il 28 per cento del reddito nazionale. Adesso, secondo uno studio della professoressa Valeria Cirillo, Università di Bari, quel dieci per cento assorbe il 40 per cento dei redditi totali. Il paradosso è che i più ricchi fra i ricchi pagano meno tasse dei lavoratori dipendenti e pensionati benestanti, perché per loro influiscono le rendite finanziarie e quelle immobiliari, che vengono tassate di meno. Per questa ragione un altro docente, Andrea Roventini, in un paper congiunto Sant’Anna-Bicocca, ha calcolato che la loro pressione fiscale complessiva è di appena il 36 per cento, sette punti in meno dell’aliquota più elevata, che vale in Italia per i redditi oltre i 50 mila euro. Anche negli altri paesi il fenomeno è simile, tanto che al G20 di Rio de Janeiro del 2024, il Brasile ha proposto un’imposta minima globale, sui miliardari, del 2 per cento.

perdita del 15%

Negli anni ’80 si strombazzava che se i ricchi diventano più ricchi, alla fine se ne avvantaggerebbero tutti. Falso. Specialmente per l’Italia. Secondo l’Ocse, i nostri salari reali sono gli unici fra i paesi aderenti ad essere calati, negli ultimi trent’anni. Il nostro potere d’acquisto è andato giù di quasi il 9 per cento, rispetto al periodo anteriore alla crisi del 2008: il dato più allarmante rispetto a tutti i paesi dell’Ocse. Nel solo quadriennio 2019-23 e il salario lordo nazionale ha subito una perdita media del 15 per cento dovuta al “carovita da supermercato”.

lavoro e salari

Ma cosa potremmo fare con i 13 miliardi in più venuti dalla micro-tassa sui super-ricchi? Tre miliardi al comparto lavoro e salari, rafforzando le politiche di formazione per riqualificare i lavoratori a rischio, aumentare gli ammortizzatori sociali per i precari, accompagnare con incentivi l’introduzione del salario minimo. Altri tre miliardi per il sistema sanitario che è stato depotenziato, rafforzando cure territoriali, riducendo le liste d’attesa, frenando la privatizzazione. Un miliardo per arrestare la fuga dei cervelli, fare più ricerca, stabilizzare i precari, un miliardo e mezzo per il rinnovo contrattuale del pubblico impiego, in particolare del personale della scuola, due per il recupero delle aree deturpate dall’abusivismo, 700 milioni per rifinanziare il trasporto pubblico locale, uno per accelerare la conversione ecologica del settore ecologica del settore automobilistico e altri ancora.

meglio di “patrimoniale”

L’imposta che si propone di introdurre, è già attuata in Spagna, in Svizzera, in Norvegia. Se ne discute in Francia e in Gran Bretagna, dove uno studio ha documentato che la temuta fuga all’estero dei super ricchi colpiti, non si verificherebbe. E in ogni caso, per frenarla, si può concepire una “exit tax”. A domanda rivoltale nel 2024, Elly Schlein rispose: “Se ne può parlare”. Ma poi il Pd non ha più fatto nulla. La politica deve avere il coraggio di avanzare proposte per il bene comune e anche di cercare la narrativa giusta per presentarle. Non l’ha forse trovata Maurizio Landini, parlandone qualche tempo fa in tv. Ci sono cornici mentali che determinano la nostra visione del mondo, come insegna il linguista americano George Lakoff. Mini-tassa sui super-ricchi funziona forse meglio di “patrimoniale” parola che, pronunciata da sola, può indurre timori, più che aspettative. Abbiamo bisogno di una politica che ascolti ed elabori i contributi che vengono dalla società civile. Come questo, assai stimolante, che giunge da Riccardo Staglianò.

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