Repubblica ha scommesso da subito sulle persone. Anzi, è stato un giornale fondato sulle persone, su una grande squadra che Eugenio Scalfari aveva in mente molto prima di quel famoso 14 gennaio 1976, giorno della fondazione. Le ha messe insieme spesso con molta fatica, tante promesse e grazie alla sua personalità e carisma.
E Repubblica è rimasto un grande giornale finché quel gruppo, poi rinnovato negli anni, ha potuto lavorare nella massima libertà (sempre sotto lo sguardo vigile di Scalfari prima e di Ezio Mauro dopo) e con l’entusiasmo e la voglia che solo un progetto come quello poteva rappresentare.

formidabile gruppo

La verità (sempre che esista) sta tutta nella forza di quel formidabile gruppo. Nelle persone e nella capacità della redazione. Era un giornale di poche pagine che non usciva il lunedì e non aveva le pagine sportive. Doveva essere un secondo giornale a detta di Scalfari, il quale sapeva che presto sarebbe diventato il primo. Ma guai a dirlo! Anzi la schiettezza era stata messa subito sul piatto: o raggiungiamo 150 mila copie entro due anni oppure si chiude. 

Sappiamo tutti che arrivò ad oltre un milione di copie e sappiamo anche quante ne vende oggi, a 50 anni di distanza. Ma inutile pensare a un confronto. Troppe cose sono cambiate con l’arrivo di Internet e delle piattaforme digitali. E soprattutto troppo è cambiata Repubblica, come d’altronde è accaduto a tutti gli altri giornali.

pagine autocelebrative

Repubblica, però, è sempre stata qualcosa di diverso. Un modo di nuovo di raccontare il mondo, Qualcosa in cui identificarsi. Qualcosa di unico. Per questo se si prova a ricordare quei formidabili anni va a finire sempre in un Amarcord. Considerazioni e racconti che in questi giorni abbondano nelle pagine e nei video sull’anniversario dei primi 50 anni, nelle pagine autocelebrative del quotidiano che fu di Caracciolo, De Benedetti ed Elkann, che si appresta a consegnarlo nelle mani di un finanziere greco di cui in realtà si sa poco o niente ma, ma chissà, magari saranno più rispettose delle attuali.
Di Scalfari sappiamo tutto. Forse ci manca ancora qualcosa ma quello che serve ci basta. Come ricordare che senza di lui nessuno starebbe qui a celebrare alcunché. Che poi scherzando era quello che ogni tanto ci ripeteva. E se poi non vi dovesse bastare, leggetevi il bellissimo libro “100 volte Scalfari” scritto dal nipote Simone Viola il cui sottotitolo recita “La Repubblica di Eugenio nelle testimonianze di cento amici”.

riti della politica

Dicevamo delle persone. Tutte le altre. Quelle che hanno fatto la Repubblica di Scalfari. Basterebbe prendere un vecchio elenco delle presenze che ancora conservo ma è meglio “giocare” con la memoria. Gianni Rocca, il vicedirettore, scudiero e infaticabile controllore del pensiero e della linea del giornale, Giampaolo Pansa che soffriva il ruolo di dirigere e che amava scrivere, raccontare la politica, i suoi personaggi, i suoi riti. E come lo faceva. Paolo Garimberti, brillante in tutti i ruoli: da capo del Politico a responsabile degli Esteri. Ma anche come vicedirettore e capo del Venerdì di Repubblica. E a proposito di Venerdì, ecco Giorgio Dell’Arti, funambolico, creativo, colto ma attento al successo. Una figura importante per il successo del settimanale che ha fondato ma anche della stessa Repubblica. E poi Mauro Bene, il giovane diventato grande a Repubblica, quello che Scalfari diceva che sapeva leggere l’importanza di una notizia prima di tutti. Capo del centrale e poi vicedirettore, giornalista di razza. Franco Recanatesi, arrivato a Repubblica qualche mese dopo la nascita dove ha ricoperto tanti ruoli da capo di un settore a inviato: preso per fare lo sport che in realtà non c’era. E che poi arrivò qualche anno con Mario Sconcerti alla guida, altro grande giornalista di razza per le intuizioni, la scrittura e la visione d’insieme. Proprio a Sconcerti si deve la nascita, all’interno di Repubblica, di un altro formidabile gruppo di giornalisti: Emanuela Audisio, Oliviero Beha, Carlo Marincovich e poi Gianni Brera e Gianni Mura, Gianni Clerici e Mario Fossati.

cultura & spettacoli

C’erano i capi dei settori “nobili” come li chiamava Scalfari che sfuggivano ad ogni interferenza direttoriale. Rosellina Balbi per la Cultura e Orazio Gavioli per gli Spettacoli. Settori cresciuti all’interno dello sfoglio e soprattutto in quella dei lettori. La Cultura al centro del giornale (rivoluzionaria intuizione di Scalfari) e gli Spettacoli in chiusura con tante pagine per raccontare il teatro, la musica, tutta la musica, quella “colta” ma anche il rock, il jazz e tutte le novità portate in redazione dal giovane Ernesto Assante e da Gino Castaldo. E poi il cinema e altro ancora. Una stroncatura cinematografica di Tullio Kezich o un articolo negativo di Ugo Volli decidevano le sorti di un autore. E così la scelta di una recensione piuttosto di un’altra. L’ironico e coltissimo Beniamino Placido è stato capace di reinventare una critica televisiva con leggerezza e profondità. Osservava e scriveva. E lasciava il segno. Come, d’altronde Natalia Aspesi, presente fin dalla fondazione, arrivata dal Giorno, con la sua penna inconfondibile e schietta, nella cronaca come negli spettacoli. Insuperabile nella “Posta del cuore”.

esilaranti imitazioni

Niente storie, solo persone. Paolo Guzzanti con la sua scrittura che ti teneva incollato alla pagina, i suoi racconti, dentro e fuori la redazione. Le sue imitazioni esilaranti. La sua simpatia perché anche quella contava, eccome. Perché c’era un tempo per il divertimento e uno per lavorare e alla fine tutto funzionava. I famosi e leggendari inviati degli esteri: Sandro Viola, amico inseparabile di Scalfari, dotato di una capacità unica nel raccontare gli scenari di guerra e non solo. Colto, elegante, fanatico dei sarti e del Martini. Bernardo Valli, classe 1930, corrispondente per il Giorno, poi al Corriere e quindi a Repubblica. L’inviato ovunque. Timido e riservato fuori dal lavoro, inarrestabile nei luoghi di mezzo mondo dove arrivata per i suoi reportage.

bravo e costoso

Edgardo Bartoli che lasciò Il Corriere per venire a Repubblica, scelta che Scalfari non ha mai dimenticato al punto di concedergli quasi tutto. Bravo ma costoso con le sue “note spesa” finite spesso in leggendari ed esagerati racconti. 

Giorgio Bocca, l’irraggiungibile, scrittore, partigiano, giornalista di Repubblica. Artista dello scrivere la verità, forse la sua verità ma che sembrava davvero quella di tutti noi. Come ha scritto Piero Colaprico, altro scrittore di razza di Repubblica: “Bocca era un inviato speciale che faceva la differenza con la qualità e, a un certo punto, ha capito che il giornale, qualsiasi giornale, gli sarebbe andato stretto se non avesse cominciato a scrivere libri”.
Giuseppe D’Avanzo che ci ha lasciato troppo presto. Fuoriclasse che sapeva leggere le carte, quelle giudiziarie come nessun’altro e che soprattutto riusciva ad averle prima di tutti. Scaltro e sornione ma capace di una fedeltà unica. 

nessun ostacolo

Persone, persone, persone. L’elenco potrebbe continuare ma meglio fermarsi a Rolando Montesperelli, il segretario di redazione che “ha reso possibile l’impossibile”. Quello per cui non esisteva ostacolo che potesse ritardare o impedire la partenza di un inviato o la realizzazione di un servizio. Anche Montesperelli con la sua squadra e le sue persone. Le persone di Repubblica che era impossibile mettere in discussione, meno che mai “tagliare” o dimezzare. Quando questa “legge” è cambiata, quando le persone non sono state più al centro del progetto, quando hanno smesso di essere “importanti”, è cambiata anche Repubblica. 

Finisco con un ricordo di Massimo Giannini, tratto dal libro “100 volte Scalfari” di Simone Viola, relativo al suo primo incontro con il direttore, nel 1987, che prima di assumerlo in Economia disse queste parole: “Ricordati due cose. La prima è che noi a Repubblica non siamo imparziali ma siamo intellettualmente onesti. La seconda è che noi a Repubblica siamo liberi ma la nostra libertà è ciò che sappiamo”.   

(nella foto, Eugenio Scalfari nella tipografia di Repubblica. A sinistra Giorgio Bocca, a destra Giampaolo Pansa abbraccia Gianni Rocca)

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