di ALBERTO FERRIGOLO
Si è conclusa la settimana dell’avvicendamento dei direttori (Il Tempo, Il Giornale, Il Mattino, Il Messaggero, i primi due con Libero e La Verità polo informativo della destra) tra partenze, ritorni e nuovi approdi. Tutti i protagonisti non mancano di ringraziare i rispettivi editori (Angelucci, Caltagirone) per come sono stati accolti, trattati o ricollocati e per i margini di “libertà”, “autonomia”, “fiducia” loro garantita negli anni di direzione esercitata nelle rispettive testate.
disegno islamista
Il primo ad accommiatarsi dai lettori, il 1° dicembre, è stato Tommaso Cerno, Direttore del Tempo, per traslocarsi al Giornale il giorno successivo (stesso editore, Angelucci più Paolo Berlusconi), autore sul quotidiano romano di una serrata campagna contro “il disegno islamista radicale”, che ha poi subito trasferito al Giornale: obiettivo principale Francesca Albanese, relatrice speciale dell’Onu sui territori palestinesi occupati, accusata di intrattenere rapporti diretti con Hamas. Ciò fa dire a Cerno che “essere liberi significa combattere contro una visione etica dello Stato e contro il nuovo antidoto alla democrazia che nasce in una certa sinistra radicale (…) Non è stato difficile sapere da che parte stare”. Accusando l’opposizione al governo Meloni di chiamare “giornalismo libero solo quello che milita dalla sua parte”.
culla e tomba
Insediatosi al Giornale il giorno successivo, Cerno saluta i lettori della nuova testata scrivendo che “il progresso è la tradizione” e chiedendo, in chiave sicurezza, “un’Italia dove lo Stato ci sia quando serve, per esempio quando siamo in pericolo, ma non sia in agguato dalla culla alla tomba”. E annuncia che sotto la testata, al centro, accanto al nome del Direttore editoriale Vittorio Feltri a sinistra e a quello del neodirettore sulla destra, “torna il nome di Indro Montanelli”, in qualità di fondatore nel 1974 dopo essere uscito polemicamente dal Corriere.
fine della coppia
Rinuncia invece polemicamente all’editoriale d’addio ai lettori del Giornale il Direttore Alessandro Sallusti, che avrebbe dovuto congedarsi il 30 novembre. Di questa mancanza approfitta Feltri, prendendo spunto da una lettera del lettore Antonio Reitano che si lamenta della mancata notizia del cambio della guardia (“Gli editoriali di Sallusti mancavano da circa 15 giorni, ma pensavo ad un periodo di ferie non ad un improvviso avvicendamento. E la coppia Feltri-Sallusti che fine fa?”). Feltri risponde nella sua maniera ruvida: “Io non faccio coppia con nessuno. (…) Il giornalismo non è un matrimonio, né un gemellaggio permanente: ogni Direttore cammina sulle proprie gambe, con la propria testa e la propria linea. Io ho la mia, Sallusti la sua. Fine. Non esiste il duo, non esiste la simbiosi, non esistono le staffette affettive”.
monumenti funebri
Però Feltri riconosce al lettore Reitano che “avrei preferito anch’io che ci fosse stato un congedo formale, un saluto ai lettori, com’è naturale”, abbandonando Sallusti al proprio destino. Per poi venire a Cerno: “Sono contentissimo del suo arrivo, (…) alla guida del Tempo ha ridato vita ad un giornale asfittico con scelte coraggiose, (…) Cerno è uno spirito libero, e io con gli spiriti liberi mi trovo bene, (…) i giornali hanno bisogno di personalità, non di burocrazia. E Cerno è una personalità. Una personalità scoppiettante, quindi preziosa, in un periodo in cui i giornali assomigliano sempre di più a monumenti funebri”.
scioperi e caos
Quanto al Tempo, al posto di Cerno arriva Daniele Capezzone, ex Segretario radicale, poi Forza Italia e Popolo delle Libertà, riconvertitosi al centrodestra a trazione Meloni. Il suo editoriale del 2 dicembre (“Liberalconservatori. Priorità sicurezza. Metteteci alla prova”) è all’insegna della continuità editoriale per un giornale che “in questi anni è tornato combattivo e centrale nel dibattito pubblico”. Il governo? “Sta lavorando bene, va aiutato e accompagnato a fare ancora meglio, fino al 2027 e speriamo anche dopo”. In che modo? “Pure noi, con un supplemento di coraggio, avremmo bisogno di prendere a prestito la motosega di Javier Milei”, perché “sta lì la chiave per contrastare anche culturalmente la sinistra dei sussidi e delle piazzate, del caos e dello sciopero selvaggio”. Quindi “la nostra non sarà una battaglia ‘cattivista’ o gridata”, promette Capezzone, “ma vuole lanciare un allarme. Per aggredire le cause, non per agitare o fomentare la rabbia”.
passa e resta
Sulle stesse colonne scrive anche un ex storico direttore del Tempo, Gianni Letta, sulla poltrona di Palazzo Wedekind in piazza Colonna a Roma per quattordici anni consecutivi, dal 1973 al 1987. Letta prende la penna per dire che “il tempo passa, il Tempo resta” e che Capezzone il Direttore “lo può fare perché ha tutti i titoli, ne fanno fede il suo spirito liberale, la sua cultura, la sua indipendenza di giudizio, il suo anticonformismo, la sua preparazione, il suo talento giornalistico, la sua vivacità dialettica, ma anche il suo vigore polemico, la sua sottile ironia e persino il suo gusto per la provocazione, per altro sempre intelligente, rispettosa e misurata”. Un peana.
universo mondo
Quanto al Messaggero di Roma e poi al Mattino di Napoli, entrambe testate di proprietà del costruttore edile Francesco Gaetano Caltagirone, gli editoriali d’addio dalle vecchie testate e di approdo nelle nuove sono lunghi articoli di carattere prevalentemente istituzionale. Massimo Martinelli, in uscita dal quotidiano romano di via del Tritone, s’intrattiene sul “rapporto con i lettori”, “quelli normali che tengono conto dell’euro e quaranta per comprare Il Messaggero e lo mettono da parte. Magari al bar consumano il cappuccino senza cornetto, ma hanno il giornale in tasca, (…) un giornale che non strizza l’occhio e che fonda la sua credibilità sull’informazione di qualità, (…) rispettando il nostro Dna, che è quello che ci tiene lontani dai facili sensazionalismi e ci mantiene molto aderenti ai principi del garantismo” (compresi quelli che riguardano l’Editore Caltagirone medesimo). Cosicché “la ricerca della corretta informazione ci porta ad usare la prudenza e la moderazione, anche in tempi in cui l’enfatizzazione e i toni elevati sembrano divenuti parte costitutiva di articoli e titoli di giornale”, bussola e valori “fortemente voluti dal nostro Editore”. Che ha cambiato sei direttori negli ultimi cinque anni.
ruolo di roma
Il neodirettore, Roberto Napoletano, già al Sole 24 Ore, al Quotidiano del Sud, proveniente dal Mattino di Napoli e di ritorno al Messaggero dopo averlo guidato dal 2006 al 2011, celebra invece “L’orgoglio e la fiducia di un Paese che conta”, tra dibattito della pubblica opinione e il ruolo di Roma. Ma in un passaggio approfitta per ringraziare l’Editore “che fu il primo a scommettere su di me giovanissimo e che oggi mi offre per la seconda volta l’opportunità di una sfida così stimolante. Sono cose che non si dimenticano”.
Il giorno prima Napoletano aveva salutato i lettori napoletani del Mattino ricordando, che “Napule è ‘na carta bella” (Pino Daniele diceva “carta sporca”) e che “i grandi giornali, com’è Il Mattino, preservano la vita, tutelano il valore della loro storia, alimentando la forza editoriale competitiva del loro sistema multimediale, se continuano ad avere un’anima grande”.
amore e responsabilità
Il sostituto di Napoletano al Mattino, il nuovo Direttore Vincenzo di Vincenzo, proveniente dall’Agenzia Ansa, già vicedirettore, si dilunga in una analisi su Napoli per dire che “A vele spiegate prendiamo il largo”: “Dirigere Il Mattino, il giornale della mia città, è un onore che accolgo con amore e profondo senso di responsabilità. Ma anche con la felicità di poter restituire qualcosa a questa terra dove sono nato, ho vissuto la mia infanzia, ho studiato, mi sono formato e ho lavorato per una larga e decisiva parte della mia vita e dove torno dopo oltre vent’anni di lontananza trascorsi tra Roma e Milano”, grazie anche alla “fiducia” che l’Editore Caltagirone “mi ha accordato” e che “arriva a pochi giorni dal cambio di guardia alle Regione Campania, dove comincia la nuova stagione che i cittadini hanno affidato a Roberto Fico”.



