di BRUNO MANFELLOTTO

Se n’è andato lo stesso giorno in cui le agenzie confermavano le trattative per la vendita di Gedi, la cessione a un’impresa un po’ greca e un po’ saudita di ciò che resta del grande impero costruito intorno all’Espresso e a Repubblica e che lui aveva allargato e rafforzato. Pezzo dopo pezzo. Vent’anni di lavoro, di scommesse, di passione. Non sfugge la coincidenza amara, quel sapore di metafora triste e beffarda: si chiude un’epoca, non certo nel migliore dei modi, e se ne annuncia un’altra di cui si sa poco o nulla. 

Gran bel personaggio, Marco Benedetto, scomparso a 80 anni venerdì 12 dicembre, nella sua bella casa romana, di notte, discretamente, come del resto aveva vissuto, nonostante il successo e il potere conquistati partendo da zero. Mercoledì aveva pranzato con un vecchio amico ed era apparso in forma, brillante come sempre. Poco prima aveva spedito al Secolo XIX, il giornale della sua città amatissima, Genova, con il quale aveva preso a collaborare da appena un mese, un commento su Trump che il direttore Michele Brambilla ha pubblicato sabato ricordandolo per ciò che Marco era e voleva innanzitutto essere: un giornalista.

comunista credente

Nato nel popolare quartiere di Castelletto, figlio di un barbiere “comunista non militante e credente”, bravissimo negli studi, incerto dopo la maturità classica tra un futuro di ingegnere nucleare, che gli magnificava il suo amico del cuore, e quello di giornalista che lo affascinava e lo attirava molto di più, Marco alla fine comincia a scrivere per il Corriere del pomeriggio di Paolo Emilio Taviani, il capo della potente Dc genovese, e sul Cittadino, il giornale della diocesi. Poi lo assumono all’Ansa, redazione genovese.

È bravo, brillante, simpatico, spicca perché alla curiosità del cronista unisce rare capacità organizzative. Gli inviati dei grandi giornali di passaggio a Genova lo contattano per avere chiavi di lettura della città e verificare notizie. Alcuni di questi, come Giampaolo Pansa (allora alla Stampa e poi al Corriere della Sera prima di approdare a Repubblica), Paolo Panerai (Panorama) e Cesare Lanza (Corriere d’informazione) gli resteranno amici tutta la vita. Sergio Lepri, mitico direttore dell’Ansa, lo nota, lo segue con cura e, come imponeva allora un rispettabile cursus honorum, lo spinge a laurearsi (Scienze politiche), e poi lo manda a Londra a farsi le ossa come corrispondente. Qui Marco conosce Giovanni Giovannini, che era lì per la Stampa: i due si annusano, si stimano, si piacciono. Così, quando gli Agnelli nominano Giovannini amministratore del giornale e di tutte le attività editoriali della Fiat, compreso il Gruppo Fabbri, quello dei libri e delle dispense, il nuovo Ad pensa che Benedetto possa essergli utile e se lo porta a Torino come assistente. È il 1975, Marco ha trent’anni, è la svolta.

 anticamera di ore

Ma certo è l’incontro con Luca Montezemolo che gli cambia davvero la vita. Come andò, l’ha raccontato Marco stesso. Montezemolo, 28 anni, era parcheggiato nell’ufficio stampa della Fiat, osteggiato da capi e colleghi di lavoro che lo vedevano come un pericolo, e non solo perché molto vicino agli Agnelli. Anche Giovannini lo trattava con freddezza e lo costringeva a fare un’anticamera di ore prima di riceverlo per poi salutarlo senza aver accolto nessuna delle sue richieste. Nell’attesa, Luca sedeva su un divano proprio di fronte alla scrivania di Marco: inevitabile che tra i due giovani, chiacchiera dopo chiacchiera, nascessero stima e simpatia, e anche alcuni progetti editoriali. 

campagna elettorale

Un anno dopo, un’altra sterzata decisiva. Umberto Agnelli, amministratore delegato della Fiat, decide di candidarsi a Roma con la Dc e affida la campagna elettorale a Montezemolo, che per l’ufficio stampa chiama Benedetto. Va tutto benissimo, Umberto conquista Palazzo Madama, ma pensa anche a riorganizzarsi in azienda nominando Montezemolo Direttore delle relazioni esterne. Poi convoca Benedetto e gli chiede che cosa voglia fare da grande e lui, semplice e diretto come spesso era, non esita: “Il lavoro di Giovannini”, cioè amministrare la Stampa. Ma Umberto, su consiglio del solito Montezemolo, aveva già deciso: “Per ora vai a dirigere l’ufficio stampa”. Che salto: da Castelletto a Corso Marconi, passando per il cuore della politica romana. Mentre tutt’intorno la società ribolle e Torino si appresta a vivere la crisi della Fiat e la marcia dei 40mila.

stagione di successi

Poi succede davvero che il giornalista si faccia editore, perché poco dopo Amministratore delegato della Stampa lo diventerà davvero e si vanterà di essere stato il primo a imporre ai giornalisti di mollare le macchine da scrivere per il computer. Lo nota Carlo Caracciolo, patron e inventore del gruppo Espresso-Repubblica e se lo porta a Roma. È il 1988, il glorioso settimanale vende centinaia di migliaia di copie, il quotidiano diretto da Eugenio Scalfari è ormai diventato una corazzata amata e temuta, ma il gruppo ha voglia di crescere ancora e cerca risorse per farlo. Benedetto sarà l’artefice di una nuova stagione di successi. 

Difficile restituire l’entusiasmo di quegli anni, viene in aiuto l’elenco delle cose fatte e progettate. Marco comincia quotando in Borsa il Gruppo Editoriale l’Espresso (poi, vendendo al momento giusto le azioni farà, come tanti altri, un bel mucchio di soldi), lancia il Venerdì e D, primo settimanale maschile e primo femminile allegati a un quotidiano; organizza in un’unica finanziaria, la Finegil, i 18 giornali locali che Caracciolo pazientemente, anno dopo anno, con l’aiuto di Mario Lenzi, aveva acquistato intuendone le potenzialità, e fissa per tutti comuni regole di gestione accentrandone a Roma il controllo; porta il colore nelle pagine di Repubblica, ed è musica per le orecchie dei venditori di pubblicità (più avanti acquisterà una rotativa capace di stampare a colori 92 pagine); grazie a nuovi accordi sindacali fissa inedite regole contrattuali e abbatte i costi aziendali; dà una sede comune ai tanti uffici sparsi negli anni intorno a piazza Indipendenza e a via Po, sedi dei giornali guida, traslocandoli in due palazzoni che nella loro potenza si fronteggiano l’uno a destra e l’altro a sinistra della via Cristoforo Colombo. Intanto Caracciolo faceva, invano, pressioni sul sindaco Veltroni perché progettasse un agile ponte tra i due falansteri, alla base del quale Vissani avrebbe aperto un ristorante stellato…

inarrestabile onda

Il gruppo progetta, inventa, realizza e gli altri giornali seguono, copiano, si adeguano, a cominciare dal colore e dagli allegati. E dalla corsa al web sul quale Benedetto si lancia per primo impegnando una task force che progetta siti, redazioni, notiziari mentre prepara un altro sbarco in Borsa. Cavalca alla grande la novità, pensa, come tanti altri, che sia possibile domare un’onda che invece diventerà inarrestabile e travolgerà la carta. Fa di Repubblica.it il primo sito nazionale di notizie, ma gli sarà rimproverato come un clamoroso errore l’aver inondato la rete di notizie non a pagamento, ma gratis. Per primo scommette anche sulle radio, tuttora unica voce attiva nei bilanci Gedi. Pensava anche a un’altra sfida, la televisione, e c’era andato molto vicino, ma i costosi fallimenti di Rusconi e di Mondadori e la potenza di Berlusconi (che non amava, ma di cui apprezzava molto le straordinarie capacità imprenditoriali) lo spingevano a desistere.

patrimonio dilapidato

È incredibile e imperdonabile che in soli cinque anni, gli ultimi, sia stato dilapidato il patrimonio costruito in quel ventennio d’oro: svenduti l’Espresso, i giornali locali dal Tirreno al Secolo XIX, e ora toccherà pure a Repubblica, La Stampa, le radio. Ma certo non è possibile comprendere quel miracolo senza ricordare il felicissimo incontro e la sorprendente, totale sintonia umana e professionale di Benedetto con Scalfari (“Un genio assoluto”, diceva Marco) e Caracciolo (“Il più grande degli editori”, secondo suo cognato Gianni Agnelli) intorno ai quali si formò una squadra di manager e di giornalisti di grandissima qualità, come Ezio Mauro, il successore di Scalfari, tutti legati da un comune progetto editoriale e di impegno sociale e riconosciuti da una larga opinione pubblica come un fondamentale punto di riferimento politico, culturale, civile. Una miscela unica e forse irripetibile.

tour gastronomici

E pensare che Caracciolo e Benedetto sembravano sembrare l’uno l’opposto dell’altro. Alto, biondo, naturalmente elegante Carlo; “piccolo e grasso” Marco, come ironizzava lui stesso; aristocratico l’uno, piccolo borghese di nascita l’altro; sorridente, affabile e charmant il principe, diretto e spesso brusco il manager. Assai “social” il primo, tendente alla solitudine il secondo, che trovava perfino i torinesi un po’ troppo espansivi. Carlo giocava a poker, Marco no, però organizzavano insieme mirabili tour gastronomici. Tutti e due evitavano gli eccessi, ma un giorno, forse per onorare la sua genovesità, Marco acquistò una grande barca a vela con tanto di skipper, per poi sostituirla con un enorme Magnum, un velocissimo motoscafo: Carlo raccontava di certe uscite in mare a un’andatura da Formula uno e mimava con orrore il continuo sbattere sulle onde per ore e ore…

ritagli di stampa

Marco, nato giornalista, conosceva bene limiti e difetti della categoria, memore anche degli anni Settanta quando, come diceva lui, “nelle redazioni regnavano i soviet”. Forse per questo teneva con giornalisti e direttori rapporti di estrema correttezza rispettando la loro piena autonomia, stando ben attento a non esagerare in affabilità. Fissava regole generali di comportamento, ma si guardava bene dal dare consigli. Di tanto in tanto faceva recapitare in busta chiusa ritagli di stampa, quasi sempre dal New York Times, scegliendo non un editoriale, bensì originali notizie di cronaca minuta, su animali, cibo, vacanze, parchi cittadini, nuovi telefonini, film, sport. Un modo indiretto per spingere i direttori a parlare più della vita quotidiana che della politica di cui la gente, diceva, si era largamente stufata. Già allora. Una volta, quando in tv cominciavano a impazzare i talk show, vietò ai suoi giornalisti di parteciparvi, a meno che non si trattasse di presentare un proprio libro o uno scoop. “È lavoro nero”, argomentava, e in più contribuisce all’audience rubando pubblicità alla carta stampata in favore delle tv. Amen.

ritiro in silenzio

Benedetto lascia il suo posto dopo vent’anni, nel 2008, alla morte di Caracciolo. Pensa che con Carlo De Benedetti, già azionista di riferimento ma ora anche guida unica del gruppo, non riuscirà a creare la stessa miracolosa simbiosi. Del resto, confessa di avergli disobbedito più volte, e anche di non aver condiviso alcune sue decisioni: tra tutte ricorda la destituzione di Giovanni Valentini dalla direzione dell’Espresso, sostituito peraltro da un eccellente giornalista, Claudio Rinaldi, che sia Marco che Caracciolo stimavano e amavano. Forse capisce anche che una stagione sta finendo, o comunque sta sostanzialmente cambiando. Si ritira in silenzio, pochi vecchi amici e nessuna mondanità, e s’inventa Blitz, il primo quotidiano on line. Mette insieme una redazione e la piazza nei locali di casa sua, in una splendida palazzina cinquecentesca sul lungotevere, di fronte all’Isola Tiberina e, soprattutto, ai piedi del palazzo dove, in un appartamento all’ultimo piano, aveva abitato fino alla fine l’amico Carlo Caracciolo.

d’Agostino e d’Arcais

Di questo giornale on line è editore e giornalista, perché scrive pure, raramente di attualità, piuttosto di giornali e uomini d’azienda con la scusa di ricostruire la sua esperienza personale e professionale e di ricordare vizi e virtù dei tanti che ha conosciuto. È il suo ultimo omaggio al mestiere che ha amato di più. E a chi gli chiede quali siano, tra i tanti, i giornalisti che ha massimamente apprezzato, come al solito spariglia e sorprende indicando Paolo Flores d’Arcais e Roberto D’Agostino, gli inventori di Micromega e Dagospia: il diavolo e l’acqua santa, dice, ma accomunati da onestà e passione, spiega. E forse, chissà, sta parlando anche di sé.

(nella foto, Marco Benedetto)

1 commento

  1. Sono stato portiere dove Lui abitato tanti anni ( insieme a Claudio Cavazza ci fermavamo in cortile a raccontare barzellette),i migliori anni della mia vita, un personaggio a dir poco piacevole ,unico sempre a disposizione. lo ricorderò sempre con affetto e stima.

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