(V.R.) Chi vuole appassionarsi ai problemi del giornalismo e capire fino in fondo le sue difficoltà e i suoi rischi di natura giudiziaria, può leggere un libro bello tosto (360 pagine) che è uscito in queste settimane. Lo ha scritto Caterina Malavenda, avvocato che da quaranta anni difende nei tribunali italiani protagonisti di vicende giudiziarie arrovellate, sul piano giuridico e costose su quello sia umano che economico.

“E lo ti querelo”, Marsilio editore, una “storia della libertà di espressione in dieci processi”, che sono altrettanti racconti di processi clamorosi che hanno avuto spesso al centro grandi firme del giornalismo o personaggi con i quali essi hanno litigato per via di ciò che avevano scritto. Querele e processi diventati storici. Ne citiamo solo due: Silvio Berlusconi e Oriana Fallaci, che un giorno dall’America telefonò ad una incredula Malavenda chiedendole di prendere le sue difese in tribunale dove era stata trascinata da un iroso europarlamentare.

errori principali

Leggetelo questo libro e imparerete molte cose. Dopo averlo fatto, noi abbiamo chiesto alla signora Malavenda di sintetizzare quali sono gli errori principali che un cronista può commettere, di elencarne qualcuno, con poche e semplici parole, anche ad uso dei giovani principianti delle scuole di giornalismo.

Al primo posto ha messo la completezza, l’aver omesso alcuni particolari del fatto, ricostruito con fretta o superficialità. Spesso costa cara.

Al secondo, il linguaggio, troppo scapigliato soprattutto da parte dei giovani. Un esempio: non si può usare il termine mafioso e attribuirlo ad una persona che per questo comportamento non sia stata mai condannata. E così tanti altri rischi. Come l’utilizzo di figure retoriche, accostamenti, abbinamenti, termini negativi, e usare la parola setta invece di circolo chiuso fra più persone.

pezzi montati

Di esempi se ne potrebbero fare tanti altri. E non si parla di falsità o di manipolazioni volute, e nemmeno di commenti, ovviamente personali e parziali. Ma si tratta di troppa disinvoltura o scarsa pazienza, che avrebbero salvato da macchinose denunce per diffamazione. Una maggiore attenzione avrebbe consentito di evitare pesanti sentenze. E c’è il consiglio di evitare i pezzi troppo montati, l’enfasi, quando il giornalista è rimasto abbagliato dal fatto – dice la Malavenda –  mentre è molto meglio se produce un articolo normale.

Se proseguissimo otterremmo il risultato di spaventare quegli innamorati del giornalismo che non sono disposti ad affrontare le sue fatiche e le difficoltà della professione. Spesso si sente dire “fa il cronista”, come se ciò significasse mestiere semplice, banale, facilità e poca responsabilità. Invece il lavoro può avere pesanti conseguenze e può portare davanti ai giudici tante e tante volte, perché è arrivata una querela, che provoca preoccupazione anche se il più delle volte è soltanto un’intimidazione. Naturalmente è bene sapere che un avvocato costa 30 mila euro, 40 mila con l’appello e ancor più se ci si avvia in Cassazione.

sapere e capire

Dieci storie terribili – ha scritto Fiorenza Sarzanini – “raccontate con una passione e una inedita capacità, che svelano in Caterina Malavenda il gusto di chi è padrone del proprio mestiere”. Tanti ne ha difesi, di giornalisti, con la convinzione (lo ha scritto lei a pagina 11 di “E io ti querelo” che “la democrazia, funziona solo se notizie, critiche e polemiche circolano liberamente, consentendo all’opinione pubblica, quando ne ha bisogno, di sapere, capire e farsi un’idea su quel che accade. E questo è possibile solo se quella democrazia garantisce un’informazione senza pressioni e senza condizionamenti”.

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