di MARIA ZEGARELLI, NATALIA LOMBARDO, UMBERTO DEGIOVANNANGELI, RENATO TAGLIONE

Il 12 febbraio 1924 nasceva l’Unità voluta da Antonio Gramsci. Un quotidiano che ha fatto la storia del giornalismo italiano e che ha raccontato questo Paese, dando voce alle sue più autorevoli intelligenze. 

E’ stato appena celebrato il 98° anniversario e qualcuno sui social ha addirittura fatto gli auguri a L’Unità, come se fosse qui e in buona salute. 

Ma l’Unità non c’è più. 

E’ sparita dalle edicole nel giugno 2017, il sito non è mai stato avviato e, dunque, morta la testata dell’Unità non resta niente. Anzi una cosa resta: una  società editoriale in agonia che tiene legati a sé venti giornalisti e cinque poligrafici, che dal 1 gennaio 2022 sono tornati a tutti gli effetti dipendenti, essendo scaduta la Cassa integrazione Covid, senza però avere né stipendio né lavoro. Dal dicembre 2015 all’aprile 2017 i giornalisti dell’Unità hanno prodotto almeno 60 comunicati sulla loro situazione. Solo nel 2017 hanno fatto nove giorni di sciopero.

tutti in un limbo

L’Unità Srl non licenzia – per non dover dare ai dipendenti ciò che spetta loro da contratto – non richiama in servizio, non paga i contributi, non permette alle giornaliste e ai giornalisti di usufruire del sussidio di disoccupazione. Tutti in un limbo. Un inferno per molti di noi. Perché non avere accesso alla disoccupazione per molti vuol dire non avere alcun sostegno al reddito, ma anche non poter rientrare nelle liste da cui accedono gli editori quando devono assumere per periodi brevi per sostituzioni. C’è una intera  redazione “ostaggio” di una proprietà che pur di non far fronte ai debiti accumulati verso i propri dipendenti preferisce restare in una situazione che non ha precedenti nell’editoria. 

A nulla sono valsi i ricorsi in Tribunale civile, né i decreti ingiuntivi esecutivi rispetto alle mensilità maturate già due anni fa quando, scaduta la Cig ordinaria, l’azienda per quattro mesi lasciò l’intera redazione senza alcun sostegno perché allora come ora rimandò qualunque decisione. Intervenne, soltanto mesi dopo, l’emergenza pandemia che determinò le misure straordinarie previste dal governo che hanno permesso all’azienda di far ricorso alla cassa Covid, scaduta lo scorso 31 dicembre.

gioco dell’oca 

Ora si torna, in questo infinito gioco dell’oca, alla prima casella: o di nuovo in servizio o licenziati. Questo prevedono le norme. Invece per gli editori de l’Unità sembra esserci una sorta di impunità per cui possono permettersi di mantenere in questo assurdo limbo 25 persone. 

Della storia che ha portato alla chiusura de l’Unità si potrebbe dire moltissimo e molti hanno detto, a volte a sproposito, a volte senza conoscere i fatti ma con la presunzione di saperne i particolari. 

La verità in questa vicenda è abbastanza chiara: l’Unità fu fatta tornare in edicola dopo la chiusura del 2014 dall’allora segretario del Pd Matteo Renzi che scelse come editori Massimo Pessina e Guido Stefanelli, che crearono la società “Unita srl”. La linea editoriale scellerata – che i cdr che si sono susseguiti in quel periodo più volte criticarono aspramente – e la totale mancanza di investimenti sul quotidiano di carta e sul sito web (che mai fu avviato) hanno portato in poco meno di due anni alla nuova chiusura nel silenzio generale. Come nel silenzio generale si sta consumando questa ennesima vergogna. 

“con chi parliamo noi?”

Dello spazio che un giornale come l’Unità potrebbe avere oggi molti hanno parlato, alcuni decretando l’assoluta inutilità. De l’Unità che potrebbe essere ancora e non di quella che fu, ci sarebbe un gran bisogno per raccontare questo tempo e le contraddizioni che si porta dentro. Ma questa è un’altra storia che speriamo qualcuno voglia correre il rischio di scrivere. 

A noi dipendenti dell’attuale Unità srl, torna in mente una prima pagina di Furio Colombo che fece discutere parecchio a sinistra:  “Con chi parlo io?”. La decliniamo al plurale: “Con chi parliamo noi?”. 

(nella foto, prima pagina dell’Unità, 12 giungo 1984)

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