di VITTORIO ROIDI

“Prima di tutto il sito on line”, è la parola d’ordine in tutte le aziende editoriali, soprattutto nei grandi gruppi. La ragione è semplice: perché è dal web che si cerca di far arrivare in cassa nuovi introiti. Gli editori sfruttano i precari, le redazioni si impiccoliscono, la pubblicità è scarsa, le edicole vendono pochi prodotti di carta, i bilanci sono in rosso. Dunque, dicono, bisogna cambiare il modello di organizzazione. Già da qualche anno sono stati attrezzati grandi open space, al posto di stanze con gruppi e gabbie separati. Tutti si vedono e si parlano, i capiredattori centrali sono piazzati al centro. Roba vecchia.

Maurizio Molinari, direttore di Repubblica (ma anche delle edizioni dell’intero gruppo Gedi) nei giorni scorsi ha emanato circolari che rivoluzionano l’impostazione del lavoro. Per prima cosa ha assegnato un’indennità a tutti i deskisti. Chi sta fisso davanti al computer non può essere discriminato rispetto a chi scrive, firma e magari viaggia. Un po’ di euro possono sostituire quelle soddisfazioni della vanità – la firma, l’immagine, il microfono, che da sempre appartengono al nostro mestiere.

otto del mattino 

Poi Molinari ha cambiato gli orari. Digital first significa che alle 8 del mattino (!) vicedirettori, caporedattore, “letti i giornali”, devono partecipare ad una prima riunione operativa, insieme con il “deskista del turno di notte, il visual desk, responsabili Seo e trend topic” (ultimi ruoli di moda), nonché i capi o i responsabili di ogni servizio e gruppo della redazione. A quell’ora deve nascere il primo menu di giornata, con il contributo anche dei corrispondenti (che spesso tireranno avanti fino a sera inoltrata!), il programma operativo che sarà poi riesaminato nella riunione plenaria (la “Messa” di Scalfari) che una volta era alle 11,30 e che adesso si apre alle 9,30.

L’altra decisione è: “Scrivono tutti”. Hanno l’obbligo di partecipare alla fase della scrittura di ciò che finirà nel sito (comprese le notizie brevi) anche gli inviati, i corrispondenti, le “stelle”. Ciò per “evitare di trasferire sui desk l’onere della redazione di breaking news”, dice la circolare entrata in vigore a Repubblica. Tutti devono essere disponibili, nell’arco dell’orario di lavoro che (compresi gli straordinari, arriva alle 10 ore al giorno). Alla direzione del quotidiano negano che il nuovo progetto possa avere come conseguenza un “tutti fanno tutto”, con una sostanziale dequalificazione di chi finora si dedicava solo a scrivere articoli di qualità al termine di ore e ore di ricerca sul campo: a Montecitorio, al Comune, in Questura. Si tratta invece di cancellare, ha scritto Molinari “ciò che resta di una organizzazione del lavoro, fondamentalmente e storicamente tarata sui flussi produttivi della carta, che ancora ingessa, anche psicologicamente, alcune delle nostre routine quotidiane. E che ancora, indistintamente, continua a produrre, sia nei desk che nei colleghi con mansioni di scrittura, dispendio di risorse, ridondanze, tempi morti, burocratizzazione e pigri automatismi nella ideazione e produzione dei nostri contenuti”.

corriere contro repubblica

La partita con il Corriere si gioca sul sito on line. A Repubblica sostengono di aver già recuperato il gap con via Solferino (dove sono stati distribuiti aumenti di merito proprio per il dominio dimostrato dal notiziario online sui rivali di largo Fochetti), anche se i dati ufficiali dicono il contrario. Comunque, bisogna spingere sul digitale, visto che gli sforzi sulla carta stampata finora hanno dato scarsi frutti. Dopo un anno (Molinari diventò direttore nell’aprile 2020) Repubblica a febbraio 2021 si è fermata a quota 174.057 copie rispetto alle 260.760 del Corriere, 86.000 in più di Repubblica (erano 83mila in più ad aprile 2020). 

Ciò che stona sono i nuovi prepensionamenti programmati. Si riduce ancora l’organico, mentre altri grandi giornali rilanciano. Il nuovo direttore del Washington Post, Sally Buzbee, (prima donna dopo 144 anni di storia del giornale di New York messa dal miliardario Jeff Bezos sulla poltrona dove era rimasto seduto per otto anni Martin Baron) trova una redazione forte di 1000 giornalisti, il doppio rispetto a sette anni fa. Un quotidiano che punta ad aumentare ancora la propria presenza utilizzando più giornalisti. Come mai? Per rafforzare i desk o per aumentare il numero dei cronisti e dei giornalisti incaricati di raccogliere e di verificare le notizie? Perché questo è il dubbio: servono redazioni più forti nell’allestire rapidamente i siti e i giornali di carta? Ma se si fermano i reporter e li si chiama a scrivere, chi lavora sul territorio? Chi porta notizie? Chi setaccia le periferie? Chi scava e spende energie per evitare il giornale fotocopia, uguale agli altri, basato sui comunicati, su Internet e sulle agenzie?

In molte parti del mondo editori e direttori fanno le proprie scelte per potenziare e valorizzare il giornalismo. Speriamo che quelli italiani non stiano andando nella direzione sbagliata. Preferiscono mandare in pensione i giornalisti più esperti e allo stesso tempo mettere al tavolo delle riunioni laureati in ingegneria e in informatica, occhiuti statistici, i quali scelgono le notizie da lanciare o da cancellare interrogando gli algoritmi partoriti dai robot, anziché le capacità e l’autonomia intellettuale dei giornalisti. Idee moderne: vincenti?

1 commento

  1. Vittorio, il problema non è l’orario e non è il canale (o gli specialisti che quel canale curano), il problema è il modello di informazione.

    Teoricamente, una organizzazione digital-e-basta (digital first è una questione che non si dovrebbe neppure più porre) dovrebbe essere l’ideale per quello che tu auspichi. Questa organizzazione dovrebbe vedere (e vede nella gran parte delle grandi redazioni mondiali) i desk “di contenuto” distinti dai desk “di confezione”.

    Gli Esteri, la Cronaca locale, lo Sport, ecc. sono responsabili della ricerca, verifica e produzione delle informazioni dei loro settori; il loro lavoro si organizza nel tempo tenendo presente che il cittadino/lettore/utente accede a quelle informazioni in modi e tempi diversi. Tu hai lavorato anche per un giornale radio, io per agenzie di stampa e – sia pur brevemente – anche per un quotidiano della sera, quindi è ovvio che il problema di *quando* si lavora e si pubblica qualcosa dipende solo dal pubblico che vogliamo raggiungere.

    Quelli che io chiamo i “desk di confezione”, sono i colleghi specializzati nei diversi canali, che possono aggiustare e “cucinare” i materiali forniti dai desk “di contenuto” per renderli funzionali al canale specifico. In una organizzazione del genere il giornale a stampa è uno dei canali, che un gruppo di specialisti “monta” nel pomeriggio sulla base dei contenuti disponibili o già in arrivo. Nei grandi giornali internazionali si tratta di una squadra relativamente piccola (dipende dalle dimensioni dello sfogo) guidata da un caporedattore o da un vicedirettore.

    Uno dei problemi dello schema organizzativo di Repubblica (per come è raccontato, perché non ho notizie dall’interno) è che nonostante l’anticipo, la “carta” è ancora al centro del lavoro, anche se forse non più IL centro.

    Questo schema non mi sembra ancora realizzato o forse neppure ricercato nelle redazioni italiane, che appaiono ancora culturalmente “ibride”. I desk di settore sono ancora responsabili della confezione, oltre che della sezione e produzione dei contenuti — cosa peraltro tradizionale nelle redazioni tradizionali italiane.

    Un altro problema è lo schema di prodotto web che si è imposto in Italia e che non è un dato di natura, ma una scelta editoriale (forse inconsapevole): un flusso di notizie continuo e spezzettato, dove la velocità sembra far premio su ogni altro elemento, mutuato in genere parte dal flusso delle agenzie e delle chiacchiere social-televisive. Negli anni abbiamo immaginato di dover riprodurre per il pubblico la nevrosi del vecchio Telpress.

    Ecco, da 20 anni – o diciamo almeno dieci per essere prudenti – abbiamo la possibilità veramente di “tornare” a far meglio (meglio) il nostro lavoro. Per ora questa opportunità non è stata colta ed è sempre più difficile che lo sia. Forse perché quella meravigliosa situazione delle redazioni “di un tempo” non era poi proprio così meravigliosa?

    Un abbraccio

Rispondi a Mario Tedeschini Lalli Cancella la risposta