“L’Inpgi ha una riserva tecnica per pagare due annualità delle attuali pensioni e una liquidità che si sta velocemente consumando”. Non era mai stato detto con questa chiarezza. E’ l’inizio del comunicato emesso dal Consiglio di amministrazione dell’Istituto di previdenza dei giornalisti italiani, che si è riunito nella mattina del 12 maggio. La situazione è talmente drammatica che per una volta maggioranza e opposizione nel Cda hanno votato uniti.

La sostanza del comunicato è la richiesta al Presidente del Consiglio Draghi affinché riapra il tavolo per trovare una soluzione al disastroso squilibrio dei conti. Il comunicato non indica la strada, anche perché è maggioranza e opposizione hanno due idee diverse. Controcorrente, che guida l’Inpgi da anni, ha puntato sull’ingresso nell’Istituto dei “comunicatori”, mentre le correnti di opposizione chiedono il ritorno in area pubblica.

mercato del lavoro

Si legge nel comunicato del Cda Inpgi: “Il 2020 si è chiuso con un bilancio in disavanzo di 242 milioni. La scadenza del 30 giugno, termine ultimo dello scudo al commissariamento, si sta avvicinando. Il problema dei conti dell’Istituto è strutturale e ha soprattutto a che fare con il mercato del lavoro e le sue dinamiche: l’Inpgi si è fatto carico negli anni dei trattamenti pensionistici e degli ammortizzatori sociali dei giornalisti, sostenendo il settore dell’editoria nella crisi più profonda che abbia mai attraversato. A febbraio 2020, il Governo ha attivato un tavolo politico per trovare una soluzione condivisa allo squilibrio strutturale dei conti, coinvolgendo i Ministeri vigilanti del Lavoro e dell’Economia, ma al momento non risultano fissati nuovi incontri”.

Ed ecco l’appello finale: “Il Consiglio di amministrazione dell’Inpgi si appella al Presidente del Consiglio, Mario Draghi, perché riattivi subito il tavolo politico, unica sede titolata, nella sua pluralità, a trovare una soluzione strutturale e condivisa per la sostenibilità del sistema previdenziale dei giornalisti italiani”.

In questi giorni una serie di contatti sono stati presi dal comitato “Salviamo la previdenza dei giornalisti”, che ha già inviato al Presidente della Repubblica Mattarella 2800 firme di giornalisti. Il comitato, coordinato da Carlo Chianura, ha portato il problema a Palazzo Chigi e richiesto l’intervento diretto dei ministeri dell’Economia e del Lavoro. Si è rivolto anche alla Piattaforma per la difesa del giornalismo del Consiglio d’Europa.

sfera pubblica

Il comitato avanza tre proposte alternative.

La prima è il ritorno dell’Inpgi nella sfera pubblica:

“Prima del Decreto legislativo 509 del 1994 e sin dal 1956, con il Decreto del Presidente della Repubblica 781, l’Inpgi è stato ente di diritto pubblico con personalità giuridica e gestione autonoma. Era stata la legge Rubinacci del 1951 a prevedere questo particolare status avendo preso atto della peculiarità dell’attività professionale dei giornalisti, che li vede esposti oltre che ai normali rischi inerenti il rapporto di lavoro anche all’alea delle vicende politiche. Venne riconosciuto all’Istituto nazionale di previdenza dei giornalisti italiani “Giovanni Amendola” il carattere sostitutivo di tutte le forme di previdenza e assistenza obbligatorie nei confronti dei giornalisti professionisti. In base a questa forma giuridica, le prestazioni previdenziali sarebbero garantite dallo Stato, mantenendo comunque la governance autonoma prevista dal legislatore alla metà del secolo scorso”.

modello inpdai

La seconda proposta è l’applicazione del modello Inpdai:

“Preso atto dello squilibrio strutturale della previdenza giornalistica tra numero di contribuenti e numero di assistiti, una soluzione potrebbe consistere nella creazione di un Fondo speciale presso l’Inps simile a quello disegnato nel 2003 per l’Inpdai, con clausole di salvaguardia dei diritti acquisiti, riconosciute dalla Cassazione con la sentenza 13980/2018, vale a dire con il mantenimento del pro-rata pensionistico. Parallelo a questo percorso si ritiene auspicabile che – anche con legge ordinaria – le prestazioni vengano garantite dalla fiscalità generale per tutte quelle casse laddove il cambiamento radicale del mercato del lavoro causi uno squilibrio strutturale nel rapporto tra attivi e pensionati”.

Diritto d’autore

La terza proposta prevede forme innovative di riconoscimento del diritto d’autore:

“Applicazione di un equo compenso dello sfruttamento digitale di contenuti editoriali, attraverso un contributo mensile, da quantificare, sui circa 104 milioni di Sim telefoniche attive in Italia. Secondo il recente Digital Report, 49 milioni di italiani accedono quotidianamente a Internet, 32 milioni dei quali frequentano i social network. Spesso si trascura che il 99% accede da smartphone, attraverso gli 80 milioni di smartphone esistenti (20 milioni in più degli abitanti, o meglio il 133% della popolazione). L’ultimo Rapporto Mediobanca sul settore delle telecomunicazioni ha reso noto che (dati 2019) il fatturato annuo delle tre maggiori compagnie telefoniche è ammontato a 23,9 miliardi di euro. Considerando i dati appena esposti e sottolineato: a) che la fruizione di contenuti giornalistici senza corrispettivo per gli editori è una delle maggiori cause di crisi del settore; b) che questa fruizione avviene soprattutto attraverso gli smartphone, la proposta è di introdurre un contributo forfettario a carico principalmente delle compagnie telefoniche che, in cambio, consenta agli utenti possessori di smartphone di leggere articoli, scaricare video e audio e in generale navigare senza costi nei siti di informazione. Va sottolineato che non sarebbero necessari interventi legislativi, potendosi applicare il Decreto ministeriale 20 giugno 2014, in materia di “Determinazione del compenso per la riproduzione privata di fonogrammi e di videogrammi ai sensi dell’art. 71-septies della legge 22 aprile 1941, n. 633″.

suddivisione dei contributi

Se fosse attuabile il prelievo sulle Sim telefoniche -sostiene il comitato- “un elemento strategico sarebbe quello della suddivisione dei contributi. A nostro avviso, una quota percentuale dovrebbe andare direttamente alla previdenza dei giornalisti, una quota al sistema editoriale in base alle assunzioni di articoli 1 e 2 del Contratto di lavoro giornalistico effettuate su base trimestrale e verificate dal Ministero del Lavoro. Il contributo potrebbe anche essere a termine, fino al raggiungimento dell’equilibrio previdenziale nel rapporto tra numero di contribuenti e numero di pensionati, attualmente sceso a 1,5 a 1 contro il rapporto 3 a 1 considerato come punto di equilibrio”.

Il Comitato indica al Parlamento, al governo e agli stessi editori altre due strade.

La prima è quella della Digital Tax introdotta dalla Legge di bilancio 2019, a carico soprattutto delle Big Tech, su cui però si registra l’ostilità degli Stati Uniti, già manifestatasi con il recente Rapporto del rappresentante per il commercio.

La seconda strada è quella degli accordi diretti con gli Over The Top, come avvenuto recentemente anche in Italia tra Google e 14 gruppi editoriali, o in Australia con Facebook.

(nella foto, Carlo Chianura, comitato “Salviamo la previdenza dei giornalisti”)

 

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