di PAOLO BROGI

Sussiegoso il piantone dei Cavalieri di Malta, nella sua splendida e rutilante uniforme crociata, ci squadrò. Il Corriere della Sera ci aveva chiamato durante un servizio di cronaca per chiederci di “passare” a coprire una cerimonia dei Cavalieri di Malta, in una loro sede in pieno centro a Roma, vicino a via Condotti.

Così Mario Proto, fotografo, ed io, cronista, ci presentammo all’ingresso della sede dei Cavalieri. Il nostro aspetto, un po’ trasandato, da reporter di strada, non  piaceva affatto al piantone. Così il tizio ci disse che non potevamo entrare. Allora Proto, con calma, gli rispose così: “Ma noi stiamo venendo da un servizio in un campo nomadi… Come avremmo dovuto vestirci?”.  Parole che fecero abbassare la guardia, consentendoci di entrare.

Ho lavorato una quindicina d’anni al Corriere, a partire dal 1995, e spesso il fotografo con cui uscivo per i servizi era Mario Proto. Quando l’ho conosciuto era già carico di storie di cronaca criminale, soprattutto dei feroci anni ’80. E così ha continuato anche dopo. 

Ma la vita della cronaca non è fatta solo di grandi avvenimenti, spesso tocca anche momenti meno clamorosi, ma non per questo meno significativi. E soprattutto senza orari. Ore e ore di appostamento per cogliere al volo qualcosa che ripaga la giornata.

pentola a pressione

Una notte erano da poco passate le quattro del mattino e il mio sonno – vivevo a Trastevere – era stato scosso da un boato giunto da chissà dove, però nelle vicinanze. Mezz’ora dopo ecco squillare il mio cellulare, Mario Proto mi avvertiva che sulla salita del Gianicolo era scoppiata una bomba contro il portone del liceo spagnolo Cervantes. Quando sono arrivato lui era già lì, aveva scattato la foto che poi è comparsa sul Corriere, con i carabinieri vicino ai resti della pentola a pressione che piena di polvere nera e chissà cos’altro gli anarchici avevano fatto brillare contro un obiettivo spagnolo, protestando a modo loro contro degli arresti avvenuti oltre i Pirenei.

Un’altra volta invece siamo finiti sui monti Lucretili a cercare l’orso marsicano che era comparso vicino al paese di Licenza. Io mi ero portato dietro un barattolo di miele, rimediato in un alimentari vicino alla sede del Corriere: ipotizzavo con quell’involucro un estremo tentativo di depistaggio in caso di incontro malevolo con l’orso. Mario invece brandiva la sua reflex come un corpo contundente. Con noi una giovane coppia di rangers, autoproclamatisi tali, che ci facevano strada sul monte.

dal sedile di dietro 

L’orso in questione non lo incontrammo, Mario ha fotografato impronte ed escrementi. E’ stata una giornata all’aria aperta, in ogni modo. In basso, dopo, ci siamo rifatti fotografando una pieve romanica, Santa Maria del Piano, poco fuori Orvinio.

Giornate così, da cronisti e fotoreporter. 

Un’altra volta ancora, con un autista chiamato Pompa – il Corriere aveva allora delle macchine per i servizi esterni –  siamo finiti sotto Ariccia, dove la Digos aveva individuato un deposito, in campagna, delle nuove Brigate Rosse. Ci avviciniamo con l’auto, agenti in borghese ci fanno cenno imperioso di fare dietrofront. Mario scatta comunque dal sedile di dietro una serie di foto a quel capanno arsenale, prima di fare dietrofront. Mentre ci allontaniamo, veniamo rincorsi da un’auto che ci blocca. Vogliono sequestrarci tutto, l’autista impaurito ci scarica dicendo che lui non c’entra, è una scena un po’ comica, che poi si risolve per forza di cose. Siamo del  Corriere, no?  Sulla strada del ritorno all’autista ne diciamo di tutti i colori.

Massimo e Renato

Mario si è alternato per anni a Renato Ciofani. Più giovane, Renato è morto in sella alla sua moto Bmw. Come Massimo Tramonte, deceduto anche lui in moto, che aveva fotografato la notte del suicidio del soldato al Vittoriano… Poi al Corriere sono arrivati Claudio Guaitoli e Giuliano Benvegnù. 

Fotografi, molti maschi, ma anche giovani donne, come Cecilia Fabiano. I colleghi Angelo Franceschi, Massimo Percossi e tanti altri, gente che corre di qua e di là, con l’acqua e col sole, pura passione e orgoglio professionale. Che poi le foto siano belle o meno questo francamente – come per gli articoli – è sempre venuto dopo.

Infine, il “fratino” di Mario Proto, indumento magico che ci faceva scavalcare ogni sbarramento. Mario ne teneva uno nel bauletto del suoi scooter, ricordo che era a strisce gialle. Quando occorreva lo indossava e io lo tallonavo. Vedendo il fratino gli sbarramenti si aprivano, potenza dei simboli. E così noi avanzavamo in zone che erano state transennate e chiuse. Così arrivammo, unici nella truppa dei cronisti e dei fotoreporter, fino alle carrozze deragliate nei pressi della Stazione Tiburtina a Roma del treno notturno partito da Milano. Ne nacque un servizio ravvicinato…

Ciao Mario.

(nella foto, Mario Proto, primo a sinistra con il trench bianco, al lavoro)

2 Commenti

  1. Mi spiace molto per la scomparsa del collega.
    Però avete finalmente pubblicato il nome di un fotografo.
    Salviamo il giornalismo: le fotografie dovreste usarle e impaginarle meglio. E soprattutto le fotografie dovrebbero essere firmate con il nome dell’autore. Cazzo. (scriverebbe Vittorio Zucconi)

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