Più scena che retroscena.

Più numeri, più dati.

Meno polemiche da cortile.

Scelta degli interlocutori giusti.

Il giornalismo secondo Stefano Feltri, direttore di Domani, intervistato venerdì 30 ottobre per 26 minuti e mezzo da Irene di Approfondi20, del Canale di Venti, ideato dalla YouTuber Sofia Viscardi. Su You Tube, su Instagram.

Domani è un giornale che sta cercando una sua strada. Soprattutto, una strada diversa dai tradizionali concorrenti sul mercato. Quando si comincia si commettono errori, si scontano ingenuità. L’ideatore ed editore Carlo De Benedetti ha scelto Feltri, che ha 36 anni e non 61 come il direttore del Corriere della Sera, 56 come il direttore di Repubblica, 58 come il direttore della Stampa. (Altrettanto coraggio ha avuto Riffeser a nominare Agnese Pini, 35 anni, a capo della Nazione).

Sotto i quarant’anni si tende a guardare avanti. E interessante è anche il luogo scelto per l’intervista, un canale con un’intervistatrice “scialla”, spontanea, diretta. Da questo documento viene fuori un’idea di giornalismo. Poi, la realizzazione pratica sarà un altro discorso. Anche il linguaggio è immediato. Vediamo, per brevi capitoli, il pensiero di Feltri.

Com’erano: “I giornali italiani sono pensati per un’epoca in cui contava prima di tutto raccontare la politica, le trame, il potere. Per questo, servivano persone inserite negli stessi meccanismi che dovevano trattare”.

chiacchiere di montecitorio

La carriera. “Chi era più bravo a fare questo faceva carriera”.

Retroscena. “Dire ‘cosa è successo veramente’ negli ambienti politici: Salvini attacca, Conte si offende, Zingaretti gli risponde. Ma una volta si faceva con le chiacchiere di Montecitorio. Ora, che Montecitorio è semichiuso, si trova tutto su WhatsApp”.

Scena. “I retroscenisti, troppo occupati a ricostruire il retroscena, spesso si perdono la scena. Sanno tutto sulla lite in Consiglio dei ministri, ma non quali provvedimenti il Consiglio ha approvato”

Le virgolette. “Spesso le virgolette, in questi racconti, contengono frasi inventate, è un genere letterario un po’ triste”.

Difficile. “Fare giornalismo politico in Italia è difficile, perché la gente con cui parli non è normale. Non trovi uno titolato a dirti cosa ha detto Zingaretti, trovi uno che ti dice: hai capito cosa significa?”.

Ambienti. “Si scrive ‘ambienti di Zingaretti’, ma che vuol dire? O, addirittura, di “ambienti di Sileri”, che è un sottosegretario alla Salute dei 5 stelle, sconosciuto ai più”.

Giornali-specchio: “Anni fa i giornali scrivevano cosa accadeva nelle tv. Ora cosa c’è sui social: sono una specie di ‘camere dell’eco’”.

Fonti. “Il mondo è cambiato. Oggi sapere tutto del Pd o avere buoni informatori dentro la Lega non aiuta a capire le cose che ci riguardano davvero”.

Click. “In termini di click però è più redditizio cosa ha detto Salvini sulla mamma di Conte e perché Conte si è offeso”.

Covid. “Per raccontare il Covid serve conoscere i dati, saperli leggere e utilizzare. Serve capire come funziona la sanità, le tecnologie. Più numeri, meno risse politiche”.

Tamponi. “Abbiamo pubblicato l’articolo di un medico che spiegava cosa è successo sui tamponi nel Lazio. Un pezzo complicato, però alla fine capisci qualcosa”.

Capire. “Non c’è uno che ha ragione e uno che ha torto. Semplicemente vogliamo cercare di capire come funzionano le cose complesse”.

Virologi. “E’ stata inventata la categoria dei virologi. Non esistono i virologi, esistono chimici, biochimici, epidemiologi”.

Camici bianchi. “I giornali hanno talvolta  intervistato il primo che passa in camice bianco”.

Ilaria Capua. “E’ stata molto sentita, ma è una studiosa che ha analizzato il virus in laboratorio, non ha mai visitato un paziente”.

Alberto Zangrillo. “E’ un anestesista. Ne sa del virus circa quanto me. Ha detto che il virus era morto sulla base di uno studio mai pubblicato. Quando hai i dati ripassa e casomai ti intervisto”.

generare click

Fare ordine. “I giornali si compravano per sapere cosa era successo. Dall’avvento degli smartphone, 2009 circa, quella funzione è finita. Oggi i giornali devono fare ordine nel casino, non alimentare il casino per generare click”.

Regali. “Repubblica e Corriere fanno pagare gli abbonamenti online 1 euro per tre mesi, a quel prezzo la gente pensa che sia un bene senza valore. Lo fanno per poter dire: abbiamo mille milioni di abbonati”.

Chi non legge. “Si deve scegliere: o conquistare una fetta di coloro che leggono i giornali, o raggiungere chi non li legge. Questa seconda è la posta più alta”.

Il Post. “Luca Sofri col suo sito non dà notizie, mette ordine. Era gratis, stava andando in bancarotta.  Ha chiesto sostegno ai lettori, l’ha avuto”.

Ambiente. “Cerchiamo di raccontare temi ambientali. La generazione precedente di giovani si occupava di conservazione: il lardo di Colonnata, i muretti a secco. Ora i giovani parlano di modelli di previsione di lungo periodo, della carbon tax”.

Cose da fare. “Si occupano di policy, non di politics, cose da fare, non competizione per il potere”.

Debosciati. “La maggior parte dei miei colleghi pensa che chi ha meno di 30 anni sia un povero debosciato, tutto il giorno a giocare con il cellulare”.

Ventenni. “Invece entra in campo una generazione che parla le lingue, più sveglia, più tecnologica”.

Dibattito. “Con Domani vogliamo portarli dentro al al dibattito pubblico. Se ci riusciamo, molte cose cambiano”.

Professione Reporter

(nella foto, Stefano Feltri, direttore di Domani)

2 Commenti

  1. Il quotidiano diretto da Stefano Feltri merita i migliori auguri. Una voce che arricchisce il panorama dell’informazione è sempre un buon segnale per un paese democratico. Questo però non lo esime da osservazioni domande e critiche, soprattutto di fronte alle posizioni prese dal direttore prima e dopo il “lancio” del giornale. E ad alcune opinioni espresse nell’articolo in questione.
    I ventenni non leggono i giornali di carta come non ascoltano la musica sui vinili. I loro supporti per l’informazione sono essenzialmente digitali.
    Questo a prescindere dai contenuti.
    Ci sono “giovani” informati e competenti che leggono discutono e commentano anche senza sfogliare le pagine di carta di un quotidiano. Navigano sui siti di Repubblica Corriere della Sera la Stampa il Post Internazionale ma anche -e sempre di più- blog e citizen journalism ne alimentano competenze e capacità critiche.
    Molti di questi siti applicano le stesse campagne di fidelizzazione nei confronti dei lettori utilizzate dai grandi giornali americani ed europei. Con un dollaro si può accedere alla lettura integrale del NewYorkTimes e del Washington Post per parecchie settimane. Serve per cercare di tenere più lettori alla fine dei periodi promozionali così come ad aggiungere zeri alle cifre degli abbonati. Con queste strategie e ovviamente un giornalismo di alto livello, il Nyt ha raggiunto milioni di lettori paganti.
    Il peccato originale di lasciare il giornalismo sui siti web gratuito, è stato commesso molti anni fa. Editori e giornalisti (e anche il suo attuale editore era tra questi) non percepirono allora il potenziale del web e ora devono faticosamente rimediare. Perché il futuro passa per il web, i telefonini e forse i micropagamenti…
    Per ciò che riguarda il rapporto con il potere politico, ha mai provato Feltri ad intervistare un politico italiano ponendo domande dirette e “senza rete”? E soprattutto è mai riuscito ad avere risposte significative?
    Esiste su Time una rubrica in ultima pagina titolata 10 questions, (o anche 9 questions …) centrata sull’intervista in dieci nove otto domande ad un personaggio importante della vita pubblica americana. Fossi il direttore di Domani giornale ne farei oggetto di studio per i suoi giovani redattori.

    Infine un invito.
    Se Feltri ha la capacità critica di individuare i peccati capitali della stampa che allontanano la nuova generazione di lettori dai quotidiani, ci consegni quel giornale nuovo, diverso e innovativo di cui si è tanto (forse troppo) parlato per tutta l’estate. Lo faccia però, perché per ora, di quel prodotto, non vi è traccia.
    Basta citare il primo numero di Domani giornale laddove – per definizione – “il primo numero” dovrebbe essere il manifesto di qualsiasi nuovo corso giornalistico.
    Quel primo numero ospitava un articolo di prima pagina sull’inizio dell’anno scolastico in tempo di covid che somigliava ad un ottimo tema scolastico piuttosto che ad un prodotto giornalistico. Potremmo continuare….
    In seguito sono stati pubblicati articoli di ottima qualità certamente… ma la rivoluzione non è ancora nemmeno cominciata.
    Tanto per dire, Il manifesto, la sua prima pagina… sono innovativi da anni e anni. Vincono a mani basse.
    Feltri ha ovviamente una redazione giovane da formare, sgrezzare, rendere scaltra e competitiva affinché sia pronta ad affrontare un mondo dell’informazione nuovo e complesso. Ma dispone anche del lavoro di 2 fuoriclasse del giornalismo d’inchiesta come Tizian e Fittipaldi. Solo se sarà in grado di creare la giusta miscela riuscirà a portare a casa il risultato.
    Alessandro Renzi